LIONELLO PUPPI
Un capolavoro poco noto di
Tono Zancanaro:
La "Gran Monstreria Palagonese" (1971-1972)

TONO ZANCANARO
(1906 - 1985)
Le opere della donazione

Catalogo a cura di
Manlio Gaddi, Lucia Gava e Giorgio Segato
Padova, Palazzo del Monte
6 Settembre - 5 Ottobre 1997
Società Cooperativa Tipografica, Padova, 1997.

Codice pubblicazione A S T Z: 4151

bibliografia dell'autore  
Fra 28 giugno e 16 luglio1993, veniva esibita a Palermo, presso l’Albergo dei Poveri, per cura della Regione siciliana e della Facoltà di Lettere dell’Ateneo locale, una straordinaria sequenza di 58 disegni, - a penna e pennello all’inchiostro di China, su fogli cartacei di varie misure - ispirati ai plastici "abborti di bizzarra fantasia" (quali li addita, in un suo poemetto, Giovanni Meli), o a quanti ne sopravvivevano, a popolare il palazzo e il parco voluti, attorno al 1715, da Francesco Ferdinando Gravina, principe di Palagonia, in un suo sito a Bagheria. Un complesso singolare e conturbante, obbediente ad un programma i cui significati ci restano enigmatici, non decifrabili, a dispetto di ricerche ostinate e di sforzi generosi di comprensione da parte di studiosi, e per far un nome solo, della tempra di Giovanni Macchia che gli dedicò pagine indimenticabili. Pure, quell’universo ctonio e caotico di creature ibride e improbabili aveva affascinato un Wolfgang Goethe, che spese un’intera giornata del suo viaggio italiano, aggirandovisi così sconcertato e perplesso da renderne testimonianza in ben otto pagine del suo Reisebuch; e aveva folgorato, o indignato, protagonisti del grand tour spintisi in Sicilia, quali un Patrick Brydone, un Johann - Heynrich Bartels, un Henry Swinburne.
Il dossier dei disegni di Tono, appartenente - quanto meno al momento dell’esposizione a privata raccolta veneziana - non fu, in seguito e nell’interezza, a mia scienza, mai più esibito; fu, tuttavia, pubblicato in riproduzioni impeccabili, nell’elegante catalogo approntato per l’occasione dall’editrice Corbo e Fiore di Venezia coll’accompagnamento di saggi di Angelo Dragone, di Giuseppe Quatriglio e di chi scrive (che ne riproporrà qui di seguito, gli spunti salienti) nonchè di un apparato di schede accurate, foglio per foglio, di Luca Baldin. Come la mostra, così il volume, non conobbero la risonanza che meritavano giacchè, alla fin dei conti, presentavano un exploit di Tono, nell’ordine espressivo e stilistico, tra i più alti: e non meno sorprendente e misterioso, sul piano tematico, del pretesto costituito dalle immagini inventate dalla follia ( dall’ironia corrosiva e sprezzante?) del principe di Palagonia.
Non vi son documenti (al senso proprio) - quanto meno, a chi scrive non è capitato di rintracciarne - intorno al momento in cui Tono Zancanaro ideò e progettò, com’egli stesso si esprime, la "gran monstreria pallagonese" (diss. 16 e 20: ci riferiamo qui, e d’ora in avanti alla numerazione del catalogo di Baldin), o ancora la "pallagonese istoria" ( dis. 41) o meglio, e infine, la "grande sinfonia palagonese monstruma" (dis. 7). Certo si è che furibondamente l’affrontò e risolse nel biennio 1971 - 1972 siccome attesta l’esplicita indicazione di codeste date, talora abbinata talaltra limitata solo a questo o a quell’anno, sulla maggior parte dei fogli, i quali davvero dipanano uno straordinario, stupefacente poema figurativo, della cui esistenza Tono, vivendo, rese partecipi pochissimi, per non dir nessuno.
Voleva tenere riservate quelle sue pagine tumultuose? E da quali umori, profondi e segreti, scaturivano? Arrischieremo, più avanti, una risposta ipotetica e problematica al duplice, e connesso, quesito.
Prima, val la pena far caso che alcuni fogli recanti esercitazioni grafiche "palagonesi" - sfuggiti al nostro dossier o, più probabilmente, ad esso estranei ma testimonianti un’approssimazione allo sfogo risultano noti al Ragghianti che li presenta nella sua monografia del 1975 alle figure 191 e 192. Trattasi di due chine di "Pallagonesines au mer", datate 1971, che si direbbero aggiramenti, avvicinamenti cauti giacchè trattasi di studi di bagnanti, e non più che uno schizzo sulla sinistra della prima sembra costituire un inconfondibile presagio tematico dell’irruzione dei "mostri", laddove, purtuttavia, inequivocabile è il segno spesso, aggrovigliato, rabbiosamente ricalcato nella ricerca d’effetti espressionistici grotteschi, che offre almeno un avvertimento inequivocabile ed eloquente. Ragghianti riproduce, inoltre, alla figura 194, un foglio a tecnica mista di "gran domussa palagonese" con la data 1972, che si direbbe spettante alla nostra serie se non fosse per lo scarto riconoscibile nella dislocazione della parata dei mostri relegata nel margine inferiore, e quasi affondante sotto il ritmo pacatamente ondulato di dune, da cui guardano attoniti volti di fanciulle sullo sfondo di un mare notturno, sorvegliato da una luna pacifica e popolato di barche. Una sorta di congedo, diremmo; che par farsi definitivo distacco nell’arazzo del 1976 intitolato "Palazzo Palagonia Bagheria", e illustrato alla figura 133 nel catalogo, a cura di V. Erlindo e M. Gaddi, dell’antologica organizzata a Mirandola nel 1987. Dei rovelli che presiedono all’impalcarsi del poema palagonese, e del loro placarsi per rendersi distanti e dissolversi, non rimangono, ch’io sappia, altri indizi.
Ed una riflessione, ancora, ci tocca fare. In Sicilia Tono s’era recato nel marzo del 1972 per presenziare all’inaugurazione della mostra, aperta il 16 di quel mese nella Galleria Arte al Borgo, dove proponeva la figura di Aelle, "figlia diretta di Levana.... che qui diventa pienezza di natura e gioia solare" (G. Segato, 1988); e avviava la sequenza luminosa e felice dei canti selinuntei che incontrerà ben tosto, sfociando in mirabili litografie, la presenza attiva di Sylvano Bussotti.
Ma, quell’approdo era solo la tappa di un pellegrinaggio lungo all’isola, che continuerà; ed era cominciato tanti anni avanti, nella primavera del 1938, allorchè Zancanaro raggiunse Palermo dove si celebravano i Littoriali. Non vi son tracce, nè sentimentali nè stilistiche, di quel primo incontro che, tuttavia, dovette muovergli dentro qualcosa se, un biennio appresso, lo troviamo applicato ad illustrare i racconti di Verga per Mondadori, e se torna, in seguito e spesso, ancorchè silenziosamente, nell’isola. Alla rivelazione piena e sconvolgente verrebbe da pensare che si preparasse, prudente, e nel riserbo. Finalmente, accade. Ed è Capo d’Orlando: dove non era in precedenza mai stato e dove càpita nel 1955, "proprio casualmente per la Mostra di Pittura contemporanea": che ospitava sue cose e gli aveva assegnato il primo premio ex aequo.Scriverà più tardi (1982), nel testo di presentazione (autotono, come amava designar simili interventi) dell’antologica che la cittadina, divenuta frattanto sua meta prediletta, gli aveva dedicato:"Da non so quanti anni cercavo una mia terra, una terra che mi facesse sentire a casa e sentirla come la mia terra d’antica origine d’artista". La incontrava: come "la Magna Grecia, in definitiva".
Le suggestioni che aveva raccolto, coltivato, sviluppato dall’esperienza della pittura vascolare perseguita nelle lunghe peregrinazioni per le sale dei musei di Este e di Adria, sbocciavano nella consapevolezza di un universo solare d’armonia. "L’approfondirsi dell’incontro - confessa in un autotono del 1974 - trovò le sue tappe nello ‘studio’ del Museo selinunteo di Palermo e nei successivi viaggi (quanti? tanto numerosi da non ricordarli singolarmente, da potere dire di essere anch’io figlio di questa terra). Siracusa, Palazzolo Acreide, Acireale, Noto, Agrigento e poi soprattutto Selinunte, più cara a me fra tutti gli altri luoghi. E ovunque..... gente di mare nel cui vivo rapporto scoprivo giorno per giorno la matrice umana dell’autentica arte selinuntea.....Capii che qui la gente ‘pesca’ tanto più in là dei propri anni e affonda radici profonde in epoche di certezze antiche... Per questa via ho potuto capire il segreto profondo della vita: ritrovare l’essenza che c’è dentro ciascuno di noi". Ed esprimerla, nella sua solarità, attraverso eleganze felici di lume e di segno, ch’egli stesso non esita a definir "neoclassiche". E sono adolescenti "Carusi"; e Brunalba, la figura "più indicata forse per le grandi operazioni della fantasia... nata dalla pagina bianca e infinita del mare" mediterraneo. Infine: la Sicilia, che rigenera Tono, condizionandone il "futuro d’artista e di uomo di cultura", nel "credo, gravido di una sorta di esaltante speranza solare."E non tanto perchè la salute ed il sole siano più simpatici del pianto angosciato ed ininterrotto, quanto perchè nel nostro tempo, come in ogni altro della storia dell’uomo, alla cronaca delle ore si può agevolmente contrapporre la storia delle cose cariche di futuro".
Di Bagheria, e della villa dei mostri, Zancanaro non dice mai; se l’ha visitata - e sarà ovviamente accaduto, più di una volta, - non ci dà segnale alcuno: che cosa poteva a lui dire, d’altronde, affascinato ed inebriato da meriggi apollinei di sole e di mare, quel rigurgito ctonio di grovigli mostruosi? Ma d’improvviso, tra 1971 e 1972, mentre impagina incanti di Carusi e di Brunalbe, segretamente e ostinatamente lo evoca in pagine corrusche ed inquietanti. "Circa due secoli fa - constatava, nel 1968, Tono - un certo tedesco autore di un libretto che va sotto il nome di Faust, non ha scritto e detto che per capire l’Italia e gli italiani bisogna cominciare dalla Sicilia? Non è esempio e indicazione da poco, mi pare; e non solo per me". E, però, Goethe - l’abbiamo constatato - dedica ben otto pagine dell’Italienische Reise a Bagheria,sconcertando un suo commentatore, René Michéa; come spiegare che "pendant toute une journée, l’auter de Ifigénie... promène son classicisme dans ce musée de tératologie"?
Sembrerebbe, dunque, che Tono, nel suo esplicito e frequente ricordare e cantar la Sicilia, di Bagheria e del suo inquietante nume palagonese sia inconsapevole sino al sussulto inaspettato ed esplosivo del 1971 - 1972, quasi sentisse estranei quell’accadimento, quella presenza, al sogno di composte e luminose armonie, "selinunteo", in cui si sublimava la sua idea della Trinacria. Poi, l’incanto si spezza; non solo entra ed indugia per gli itinerari della "Palagonia Domus", "Pagonia Domussa": ne guarda e studia la "gran monstreria", ma ne spreme l’"historia" - o un’"istoria" - e la canta in una "grande sinfonia palagonese monstruma".
Avevamo, in esordio, avanzato una domanda; siamo approdati, finalmente, ad un tentativo di risposta possibile: che non sarà univoca.
Ove si faccia caso che, nei disegni del corpus palagonese, ricorrono volti di personaggi contemporanei e ben presenti nell’attualità artistica praticata da Tono - ora innestati su corpi d’animale, ora di femmine grasse e flaccide, ora di ermafroditi impudichi; ovvero materializzati dai e nei viluppi di membra, spire, fauci di rettile, colate magmatiche; nè val identificarli con nome e cognome tanto son riconoscibili a dispetto delle deformazioni stralunate cui son sottoposti -, domanda lecita è se, come già a qualcuno d’Annunzio, non gli sia occorso di intravvedere facce note durante un vagabondaggio a Bagheria, in questa o quella raffigurazione di mostri. Certo, e posto che così davvero siano andate le cose, a scatenarlo potremmo domandarci se non sia stato qualche umore covato nel profondo, e liberato da qualche avvenimento intervenuto che potesse averlo ferito. Ma che ignoriamo. La lettura delle scritte disseminate e peregrinanti, guizzando, tra i pochi recessi vacui degli affollatissimi componimenti, autorizzano l’ipotesi (e sarà da fare, una volta o l’altra, in generale - entro tutte le opere di Zancanaro, intendo -, un’inchiesta accurata sulle sue macaroniche didascalie). Vi rintracciamo, infatti, i nomi attribuiti ai protagonisti e ai comprimari dell’"istoria": "L’é lò" detto "grande" (o, maliziosamente, "grade"), "gran peneo" (ma autore di quadri "a olio puro" e "olio e aceto"); "Gigeta" (o "Gigettona" o "Maria Gigeta") Stuarla, ammiratrice e concubina di L’é lò; "Meleto", detto il cicogno palagonese; re Gasperone, Gioseffa il puro, Nupeca. E, quanto ai lineamenti narrativi, cogliamo il presagio di un intreccio di vanità, di complicità torbide, di rivoltamenti di carni, natiche, mammelle, di congressi bestiali, di soli e lune impazziti, governato, sul palcoscenico dei mostri palagonesi ove tutto si mescola, da un’intenzione dissacrante ma anche punitiva ("Ah! Tono il cattivo!!!").
Ma non si consuma, l’exploit di Tono, nel mero e privato sfogo di umori, o malumori, personali e reconditi. Se questi lo spingono ad addentrarsi nei labirinti della "pallagonia domussa", se vede insorgervi fantasmi famigliari, se di essi spia vicissitudini improbabili, insieme avverte l’incrinatura della solarità attraverso la quale percepisce abissi tenebrosi, minaccia alla volontà di "nuovo umanesimo", alla "Storia" che dev’essere "carica delle cose del futuro". L’insidia palagonese: dalla quale non si lascia irretire. Non lo spavento, e la restituzione di questo in sprezzanti invettive o in sdegnosi silenzi, dei pellegrini europei del Classicismo; non atti di censura, quale che potesse esserne lo strumento. La sfida, vi si immerge e l’attraversa, incontrando e affrontando i propri fantasmi; la riduce e la doma, nel momento in cui la attesta, in una lezione superba di forma e di stile, conseguita e suggellata attraverso straordinari sperimentalismi linguistici sollecitati dalla ritrovata tensione folenghiana, ruzantina e rabelesiana per l’iperbole grottesca e caricaturale, che l’aveva spronato nell’invenzione del Gibbo e dei sogni del Gibbo. Solo che quella circonvoluta, sottilissima calligrafia arabescata, altra quasi delle sue proprie temerarie peripezie, diventa, nella "monstreria", più severa - diremmo -,più essenziale e al tempo stesso sottoposta a strappi e ingrossamenti, in alcune pagine di studio dell’effetto finale desiderato, e s’espande in chiaroscuri contrastati - sciabolate di luce su grumi d’ombra cupa - che scavano profondità, e conferiscono espressionistica plasticità, in cui si enfiano, deformano, e contorcono le grazie selinuntee, ai corpi e alle cose che in quella voragine sprofondano.
E rilevano, enfatizzandole, contorsioni, smorfie, gesti, colonne sbilenche, anditi misteriosi, nostalgia di marine e di Carusi e di Brunalbe - che squarciando il viluppo tenebroso, s’affacciano, esili e come sgomenti da un alone breve di luce; o questo, e i loro volti, son per essere inghiottiti dalla notte brulicante -, assestando una misura incomparabile (voglio dire: ch’è pur sempre solo sua, di Tono) dove il rigurgito dell’irrazionale resta imprigionato e debellato, sebbene a capo d’uno sforzo intimamente sofferto e pagato, sì da suggerire l’opportunità d’un accantonamento discreto, il rifiuto dell’esibizione pubblica.
L’enigma di una "coincidenza pazzesca" aveva accompagnato l’artista padovano alla folgorante comprensione del segreto del principe siciliano, e a rinnovarne un ammonimento intorno alla verità d’ogni classicismo,al ruolo catastrofico del caso, alla consapevolezza nostalgica di un caos primigenio?
Nell’autentica "sinfonia" visiva, (palagonese) che rappresenta uno degli esiti più alti e stupefacenti di un Maestro che attende ancora, da parte dei sacerdoti intriganti di una critica divenuta distratta o votata all’effimero delle mode e dei consumi mercantili (ma non sarà che la "monstreria" non ne costituisca - anche - una obliqua e beffarda consapevolezza?) il riconoscimento del posto eminente che occupa nel panorama della pittura di questo secolo: e che la Storia gli ha già decretato

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