ALBERTO SCHON
Onnipotentono.
(Caro Tono, Pluri Tono, Sintòno)
TONO ZANCANARO
(1906 - 1985)
Le opere della donazione

Catalogo a cura di
Manlio Gaddi, Lucia Gava e Giorgio Segato
Padova, Palazzo del Monte
6 Settembre - 5 Ottobre 1997
Società Cooperativa Tipografica, Padova, 1997.

Codice pubblicazione A S T Z: 4151

bibliografia dell'autore  

Sulla scrivania il foglio ancora tutto bianco, mi richiama alla memoria un suo illustre fratello sul quale Tono aveva appena tracciato mezzo angelo in un cielo sicuramente di Padova ma per il resto ancora indefinito. Dopo avermi tentato con un’ombra de nero, o in alternativa una dose di ferochìna, salmodiando porcodio, faceva apparire dal pennino sottili segni di china con pochi pentimenti. Seduto di mezzachiappa, sembrava spargere segni (qualcuno forse direbbe automatici) sulla carta, ma poi di colpo correggeva, magari soltanto a parole. Dunque gli occhietti sottili intelligenti onniveggenti non consentivano balordaggini automatiche. A volte assumevano un taglio maligno, sicuramente in onore di qualche indemoniocristiano, o più banalmente ancora borghese (mona), ma di solito mi sembravano puntati su una sua fantasmagorica cartografia del mondo interno, molto popolata, a garanzia di non restare solo con la sola immagine incombente di me-mare. La figura che guardava dalla parete della cucina e tornava nei discorsi. Il padre poco, quello terreno. Però pensandoci, solo a lui poteva venire in mente un ratto di Gibbo-Europa a opera di uno stallone-Zeus cornuto, liocornato, tanto da dubitare che la molla creativa fosse in pari misura un porcogibbo e un più tradizionale porcozeus.
Difficile non amarlo, dimenticarlo poi, neanche volendo, mezzo angelo e mezzo salvanèo. Le sue opere viste dalle nostre strade appaiono come pupille negli occhi di tante finestre aperte, qui, nella sua-nostra metropoli, me mare. Ci aiutano da lì a ricordare, ma anche a proporre qualche suggerimento. Per esempio la sua numerosissima produzione e riproduzione, al di là del banale commercio, potrebbe corrispondere a una sua fantasia di fecondazione e civilizzazione di un ampio territorio. Amava infatti ricordare che le sue opere avevano raggiunto Pechino, l’Australia e il Venezuela. Forse anche per questo si riproducevano per minime variazioni, da un meridiano a un altro. I meridiani si assomigliano molto, no? eppure ognuno si affeziona al proprio. Credo che abbia ragione Andrea Zanzotto (1978) quando parla di "metafore ossessive", di quei suoi personaggi che proprio perché tornano sempre "tanto meno sembrano averci detto la loro ultima parola". L’ostinato in musica è un basso; ostinàte, a Tono sarebbe piaciuto. Lo dico pensando che Tono e la musica sono sempre stati in intimità. "Un canto continuo e sempre variato come un tema musicale", così esprime il suo rapporto con Padova (1978).
Che gli piacesse l’esplorazione del corpo è ovvio, era un artista. Che gli piacesse così tanto può essere comprovato dall’uso satirico caricaturale della corporeità. Ogni bambino sa di potersi difendere e vergognare meno, se la malefatta, dice, è per scherzo. Non che Tono fosse bambino, non più di tanti altri. Ma chi è vissuto sotto una dittatura, si trova come un bambino oppresso da un Super-Io crudele ed esigente, e deve creare qualche forma di difesa.
Penso insomma a questa ipotesi: le sue fantasie di onnipotenza, comuni a tutti i bambini, forse legate a una rustica ingigantita irraggiungibilità de la mare, sono state investite di grande carica affettiva naturalmente illusoria e dalle illusioni, si rischia sempre di cadere nelle delusioni, dalle quali ci si può difendere per esempio con la creatività, avendone. Lui ne aveva tantissima, da ricostruire le porte cittadine, le torri, le stradine e le chiese e da destrutturare la bruttura gibbonesca, decorandola di fiori e osèi. I buchi dell’anima, i vuoti, si possono riempire di colori, segni, suoni. Una prova di onnipotenza, la prova, è la capacità di soddisfare desideri di tutti i generi. Dei tre generi: maschile, femminile e androgino, e di questi infinite variazioni. Lo immagino sorridere sornione, mentre indica con lo sguardo l’osèo-galletto posto, più che a segnare il vento, a cojonare le nuvole sul tetto di casa sua.
L’universale interesse per l’anatomia si può associare, o anche in parte confondere, con il bisogno di esprimere la rabbia, ma artisticamente controllata. Il mondo ci offre frequenti stimoli e occasioni di rabbia. I linguaggi poi ci aprono grandi possibilità di esprimere l’odio con parti del corpo e mi pare ne se ne abusi. Il Gibbo per sua natura per forza deve essere figlio di puttana, infatti ha una madre e tanti padri: Rabelais, il traditore Gibbon, la fiabesca orchessa Gaetana che, anche a me bambino, non pareva solo donna, e, beninteso Benito, il massimo collezionista di epiteti della nostra storia recente, cui anche C. E. Gadda nel suo Pasticciaccio offre un saporito supplemento di insulti creativi, per esempio il Predappiomerda. Seguono padri putativi democristiani. Ma Tono anche oggi, scomparsa la balena bianca, unica immensa natica solcata da molte "correnti", non faticherebbe ad accrescere il pedigree della sua mostruosa creatura. In un baleno.
Già, il mostro, monstrum, segno degli dei, ha a che fare con la vista e con il divieto di vedere ciò che è sacro. L’animale combinato per eccellenza è la coppia nell’amplesso, dove la madre diventa fallica e divorante, il padre castrato e aggressivo, gli arti non si contano più tutto questo perché il bambino è disorientato, confuso, affascinato, colpevole per aver visto. Chissà Circe quante gambe, tutte bellissime, aveva? Un amabile trasgressivo come Tono potrebbe essere diventato pittore proprio per raffigurare ciò che è vietato. Vietato per lui fino a quando è nella mente, ma lecito quando ha preso forma sul foglio. Se mi è permesso fantasticare per riempire vuoti miei.
Il Gibbo è un mostro come lo furono be-reshit, in principio, i primigeni Tohu e Bohu, l’abisso e il nulla, e i loro parenti stretti Tehom analogo di Leviathan e Behemoth, che a prima vista non sembra, ma è una femmina; l’uno nel mare, l’altra sulle montagne. Behemoth ha le corna (le corna!) come un bue selvaggio e come il Gibbo, ed è descritta simile ad un ippopotamo. Leviathan ha molti occhi ed emette un terribile fetore. Corna, rotondità da ippopotamo, dubbi sull’identità di genere, fetore, pre-potenza e in caricatura derisione di angoscie arcaiche, mi sembrano ingredienti del Gibbo, anche se, come sempre, non si tratta della ricetta per confezionarne uno. Il segreto lo sa Tono e da qualche parte sorridendo el ne cojona. "Gavarì anca vualtri i vostri Gibbi."
Ecco, però non mi pare giusto mettere troppo a fuoco la fiamma satirica, certo vivissima, quando ardono e urgono altre potenti passioni: per la bellezza della forma e del nome Levana, Brunalba e le altre, per la profondità degli sguardi di Cono Nuzzo o Vincenzino Trincale, per le umili mondine e le sontuose meraviglie selinuntee. Da padovano ho sempre ammirato oltre alle donne e ai carusi di Tono, i luoghi d’amore: il Prà, via S. Eufemia, il Portèo, monumenti, porteghi e vie sconte, con la popolazione angelica-demoniaca sui muri e sui comignoli che ne fa delle fiabe. Appartengo alla gente che non sa disegnare - certo non per il biblico divieto di farsi immagini - che si limita a guardare e perciò quel divieto non lo può violare completamente. Sono grato a Tono che ha sognato, lui sì, tanta bellezza ed ha così decorato i maldestri sogni miei, curato la mia scarsa abilità di mano.
L’avevo incontrato, prima di conoscerne l’arte, perché aveva una nevralgia trigeminale e io ero allora neurologo. Adesso mi trovo a ricordare e rinumerare il nervo triplice, che un po’ come il Gibbo è maschile, femminile e androgino, quindi totipotente, tre volte potente: il terribile signore del dolore, il nervo cranico dei denti, quello che duole fino a bloccare il pensiero, che fornisce però sensibilità anche alle guancie, alla fronte, alla bocca. Ai volti. Nonostante tutto, benedetto il nervo che ci ha posti nella condizione di conversare in ambulatorio, ma poi a casa di Alberto Limentani e Caterina Virdis, dove ho capito che quando Tono scriveva su un piedistallo "Antico romano in Prà", era autosatira, understatement, test per chi magari ci sarebbe cascato, o anche puro gioco. Test di Katz, avrebbe detto.

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