AutoTono
a cura
Archivio Storico Tono Zancanaro
Manlio Gaddi

TONO ZANCANARO
(1906 - 1985)
Le opere della donazione

Catalogo a cura di
Manlio Gaddi, Lucia Gava e Giorgio Segato
Padova, Palazzo del Monte
6 Settembre - 5 Ottobre 1997
Società Cooperativa Tipografica, Padova, 1997.

Codice pubblicazione A S T Z: 4151


Elenco degli scritti di Tono Zancanaro
Pubblicazioni con illustrazioni di Tono Zancanaro
Sono di seguito riportati i testi di autopresentazione scritti da Tono Zancanaro nel periodo fra il 1954 ed 1l 1982, di ogni testo è indicata la fonte:

1954
dall’invito alla mostra, dal 16 al 27 Marzo 1954, presso il Centro Universitario d’Arte dell’Università degli Studi di Padova

1955
Dall’invito alla mostra tenutasi presso la galleria "Circolo di Cultura" di Bologna, dall’11 Dicembre 1955 al 1 Gennaio 1956

1956
Dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la SOCIETÀ DI CULTURA di Genova, dal 14 al 25 Gennaio 1956
Dal pieghevole di invito alla mostra personale presso IL CIRCOLO DI VIA DEL POZZETTO di Padova, 20 Ottobre – 5 Novembre 1956

1957
Dall’invito alla mostra presso la galleria "LA CHIOCCIOLA" di Padova, 19 Ottobre – 12 Novembre 1957

1959
Da: PAESAGGI e volti di Comacchio disegnati da Tono Zancanaro: dal 7 al 17 dicembre 1959 (...). s.l. , s.n. (Ferrara, Ind. Grafiche, 1959)

1962
Dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la galleria del Gruppo ENNE, a Padova, dal 7 al 22 Aprile 1962
Dal pieghevole di invito per la mostra tenutasi presso la Galleria d’Arte LA CHIOCCIOLA di Padova, dal 30 Maggio al 14 Giugno 1962

1963
Da: IL GIBBO. Vicenza, Pozza, 1963

1968
Dal catalogo per la mostra alla Galleria LA ROBINIA di Palermo, dal 21 Novembre al 4 Dicembre 1968
Dal catalogo per la mostro delle opere di piccolo formato presso la galleria d’Arte PRO PADOVA, dal 7 al 24 Dicembre 1968

1972
Da: Tono Zancanaro: Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 17 dicembre 1972 - 4 febbraio 1973. s.l. , s.n. (Cento, Siaca), 1972

1973
Dal catalogo per la mostra presso la Galleria d’Arte Moderna di Teramo, 24 Maggio – 8 Giugno 1973
Da: Tono Zancanaro: mostra antologica: 1931 - 1973. Nuovi Sentieri, Belluno, 1973

1974
Da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974)(da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974

1976
Da: MOSTRA antologica del maestro Tono Zancanaro: Comune di Certaldo, Palazzo Pretorio: Certaldo, 18 dicembre 1976 - 18 gennaio 1977. s.l. , s.n., (Poggibonsi, TAP Grafiche), 1976

1978
Da: TONO Zancanaro: cinquant'anni di attivita' artistica: Padova, Palazzo della Ragione, aprile - giugno 1978. Electa, Milano, 1978

1981
Da: Tono Zancanaro terrecotte e ceramiche. Nuovi Sentieri, Belluno, 1981

1982
Da: TONO ZANCANARO mostra antologica 1931 - 1982. Francisci, Abano Terme, 1982

1954

dall’invito alla mostra, dal 16 al 27 Marzo 1954, presso il Centro Universitario d’Arte dell’Università degli Studi di Padova:
Con questa personale di disegni acqueforti e ceramiche presento il lavoro più meditato e impegnativo, come uomo e come artista, di questi ultimi anni di attività; e non a caso presento, con i disegni e le acqueforti, anche le ceramiche. Chè se i disegni e le acqueforti costituiscono come un sol discorso espresso in tecniche differenti, e con il risultato formale che si dice realistico, - e il termine "realista" va inteso come il desiderio di creare le forme figurative seguendo i sentimenti più elementari e diretti, ma sostenuto dalla coscienza di ritrovare le regole più profonde della nostra tradizione – anche per le ceramiche, che pure sembrano nate da un sentimento più meditato, quasi d’altri tempi, mi pare di poter dire che si tratti piuttosto di un’altra "materia": e perciò "differente" la tecnica, "differente" la forma che ne nasce. Direi che se con i disegni e le acqueforti documento in termini figurativi gli aspetti più drammatici e tragici del nostro tempo, con le ceramiche ho di mira – anche qui attento alle più severe e antiche esigenze di bellezza della nostra tradizione mediterranea (la Grecia soprattutto) – la creazione dell’oggetto bello per se stesso, dell’oggetto che, senza rinunciare alle più alte possibilità dell’espressione figurativa, rimane nondimeno un oggetto, e un oggetto nasce come elemento decorativo, costitutivo e rallegrante della casa, dell’uomo cioè.
A dispetto della crisi che domina anche il mondo delle arti figurative, tutto il mio lavoro vuole ritrovare con il pubblico e con la società quell’accordo che sempre è stato un fatto naturale fra l’artista e l’umanità del suo tempo.
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1955

dall’invito alla mostra tenutasi presso la galleria "Circolo di Cultura" di Bologna, dall’11 Dicembre 1955 al 1 Gennaio 1956:
A guardare le cose dell’arte, oggi, si ha l’impressione che il "problema" primo e unico, per un artista, non sia tanto quello di lavorare e produrre opere, quanto quello di inquadrarsi in una "teorica" in una "corrente estetica"; ed è tale ormai il "caos" raggiunto nel campo delle arti figurative, che "presentarsi" per un dialogo con il pubblico, composto, va da sé, di specialisti ed amatori, è diventato il problema dei problemi.
Ma non è "naturale", questo stato di cose, anche se è frutto del lavoro, delle lotte, delle polemiche delle ultime tre generazioni.
Il "caos" delle estetiche e delle teoriche imperante più che mai nel mondo delle arti figurative, che sembra destinato a perpetuare il sopravvento del "non ordine" sulla "ragione", mi sembra fatto così innaturale, così antistorico da suggerirmi, oggi, più che mai, la considerazione che portare il proprio lavoro sul terreno di un dialogo sempre più impegnato con il pubblico, ma con un pubblico sempre più vasto, possa porre anche il mondo dell’arte figurativa su quel terreno tanto più suggestivo e incoraggiante dell’accordo finalmente ritrovato fra l’artista e il pubblico, fra l’artista e il popolo.
Su questo "tema", su questo fatto dell’accordo, profondamente umano, che l’artista può ritrovare con il "pubblico", con il proprio popolo, è la base della mia scelta, la base del mio lavoro, che come ogni altro si muove da una estetica, da una teorica.
Fare parte ed operare nel movimento realista è per me come un fatto naturale: la "conclusione", se così si può dire, di tutta la mia formazione di artista e di uomo.
Sono più che mai convinto che anche le più sottili insidie che possono essere nascoste nella "natura", nella lezione della storia e della storia delle arti figurative del proprio popolo, siano ancora poca cosa di fronte alla "generosità" di "suggerimenti" poetici e figurativi che la natura e la vita e i fatti più tipici della vita del nostro tempo possono offrire all’artista attento; che valgono senz’altro la spesa e il rischio dell’avventura.
Da qui il mio interesse, il mio impegno di ritrovare, sia pure sul filo del rasoio del più grande rischio, la probabilità di cogliere "figurativamente" i valori più profondamente umani in un "ritratto", in uno scorcio di lavoro della risaia, in un angolo tipico quanto vivo della nostra terra, delle nostre città.
Da qui il mio interesse per le arti decorative – ceramica e vetro di Murano inciso – che tento di riportare, pur nel più profondo impegno espressivo, al rispetto incondizionato della "materia" particolare – ceramica o vetro -, del "mestiere" tipico di detta materia.
Si tratta, secondo me, di ritrovare, anche per le arti decorative un punto d’incontro fra "oggetti" da creare e il "gusto" più semplice ed elementare, tipico cioè, della maggior parte del pubblico, del popolo.
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1956

Dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la SOCIETÀ DI CULTURA di Genova, dal 14 al 25 Gennaio 1956:
Sul proprio lavoro
A guardare le cose dell’arte, oggi, si ha l’impressione che per un artista il problema primo e unico sia non tanto di lavorare e produrre opere d’arte, quanto quello di inquadrarsi in una teorica, in una estetica, ed è tale il caos raggiunto nel campo delle arti figurative, che presentarsi per un dialogo col pubblico, composto più di semplici amatori che di specialisti, è diventato il problema dei problemi.
Anche se è frutto del lavoro, delle lotte, delle polemiche – spesso cannibalesche per giunta – delle ultime tre generazioni, questo caos di estetiche e teoriche più che mai imperante nel nostro mondo sembra destinato a perpetuare il sopravvento del non ordine sulla ragione: un mondo ridotto al solo problema della forma dal quale viene escluso, in blocco, il resto dell’umanità, tutto il mondo, cioè, del lavoro!
Ma tutto questo non è certamente naturale. Tanto antistorico anzi, e inumano, da suggerire l’idea che il fatto più importante per un artista sia di riportare il proprio lavoro sul terreno del dialogo, di un dialogo sempre più impegnato col pubblico, e con un pubblico sempre più vasto. Non mi sembra ambizione da poco lavorare per poter rimettere anche il mondo delle arti figurative sul terreno dell’accordo naturale fra l’artista e il pubblico, fra l’artista e il popolo. Su questo tema, su questo fatto dell’accordo tra l’artista e il pubblico è la base del mio lavoro, della mia scelta, che come ogni altra si muovono da un’estetica, che è per me quella realista.
Fare parte ed operare nel movimento realista è per me come un fatto naturale, ragione e conclusione, se così si può dire, di tutta la mia formazione di uomo e di artista. Sono più che mai convinto che le insidie nascoste nella natura, come nella lezione della storia e della storia delle arti figurative del proprio popolo siano sempre poca cosa di fronte alla generosità di suggerimenti poetici e figurativi che la natura e la vita possono offrire all’artista veramente attento. Credo che l’ipotesi di cogliere figurativamente i valori più umani di un ritratto di giovane o vecchia mondina, di contadino del Polesine, o ragazzo del Mantovano o della Sicilia, in uno scorcio di lavoro della risaia, in un angolo tipico della nostra terra sempre così viva, delle nostre città, dei fatti più forti del nostro tempo valga la spesa e il rischio dell’avventura, avventura magari a filo di rasoio dell’arte realista.
Da qui il mio interesse e modo particolare di forma per le arti decorative – ceramica o vetro di Murano inciso – che tento di riportare, col massimo impegno espressivo non solo al rispetto elementare del mestiere tipico per ogni materia, ma anche alla ricerca di un punto di incontro tra l’artista, l’oggetto da creare e il gusto più semplice e più vivo proprio della maggior parte del pubblico, del popolo: come per l’arte con l’a maiuscola
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dal pieghevole di invito alla mostra personale presso IL CIRCOLO DI VIA DEL POZZETTO di Padova, 20 Ottobre – 5 Novembre 1956:
Il mio incontro con la Cina popolare, con il suo popolo prodigiosamente vivo, nelle sue grandi città – Pechino o Sciangai, così diverse tra loro – nelle cooperative agricole e nella terra, lavorata come un giardino senza fine, è stato e rimane per me il fatto più singolare della mia vita di artista, di uomo di cultura: un’autentica "avventura", come mai m’era capitato finora.
A Pechino, a Sciangai, nell’industriale Mukden, a Ta-tum prodigiosa per i tesori delle sculture policrome, nelle piccole città, nei campi tra contadini così forti e disinvolti da ricordare i nostri contadini emiliani, ho vissuto il ritmo, il colore, la bellezza, la disinvoltura di vita di questo popolo antico e giovane insieme; e fu nel modo più naturale e immediato che iniziai a fissare sulla carta le immagini, che sempre più chiaramente individuavo man mano che il mio lavoro si intensificava.
Così sono nati questi paesaggi, questi angoli di città, questi ritratti.
Così è nato questo mio lavoro, felicemente, come nei momenti più ricchi e intensi, che come artista ho vissuto qui, nella mia città di Padova, o nella risaia mantovana, o in Sicilia, quei momenti cioè che hanno rappresentato finora le tappe fondamentali, vorrei dire naturali, del mio lavoro.
Si ritroveranno nei paesaggi di Pechino o di Sciangai, e nei ritratti dei contadini, dei bambini e delle giovani cinesi, segni dei miei paesaggi padovani o dei ritratti "italiani"; ma questa specie di "arbitrio" di interpretazione è stata, semmai, la giusta misura di partenza per dare una mia immagine della nuova e meravigliosa Cina popolare.
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1957

dall’invito alla mostra presso la galleria "LA CHIOCCIOLA" di Padova, 19 Ottobre – 12 Novembre 1957
Con questi paesaggi di Capo d’Orlando e ritratti di picciriddi o carusi, presento il risultato di una delle più impegnative e singolari esperienze di questi ultimi anni di lavoro.
Questo mio "incontro" con la Sicilia – con questa terra prestigiosa dove il sole sembra impastare da sé terra e persone – incontro che non è avvenuto davvero a caso o nel giro di improvvise "sensazioni" – per un complesso veramente prezioso di fattori – basti pensare alla lunga storia della Sicilia – non è soltanto una nuova pagina nel mio lavoro di artista.
Questo nuovo tema della Sicilia, nel mio lavoro e impegno di artista, oltre che un arricchimento, della mia tematica, ancora una volta, mi pare, è il segno di quel maggiore impegno umano di cui è tessuto il mio lavoro, che è la ragione prima e ultima del mio essere artista.
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1959

da: PAESAGGI e volti di Comacchio disegnati da Tono Zancanaro: dal 7 al 17 dicembre 1959 (...). s.l. , s.n. (Ferrara, Ind. Grafiche, 1959)
Conoscevo e ricordavo Comacchio come si conosce e ricorda una cosa singolare un fatto singolare sbalorditivo, che, un giorno altrettanto singolare, passò davanti ai nostri occhi per dileguarsi con la fulmineità di un sogno.
Ricordavo Comacchio come abbracciata, come pressata da un mare senza fine che per chilometri e chilometri lambiva la strada da Ferrara, bianca e accecante di sole.
Una stupefacente corona di casupole, antichi muri istoriati in cotto dalle vicende secolari degli uomini, e canali fermi della periferia brulicanti di rottami di barche abbandonate, qua e là da tempo immemorabile, a voler dar retta al loro colore.
Allora, come in tutto il Paese, imperava il testone, sì che la miseria endemica, e che sapevo proverbiale, di Comacchio pareva avere trovato in quella corona di casupole e canali scuri di rottami una cornice precisa, emblematica. Se l'apparizione violenta di muri antichi e detriti di vita senza fine - le barche semisommerse nell'acque stagnanti dei canali di periferia - dava quest'immagine d'inverosimile miseria, di incredibile abbandono, tutta la città, o piuttosto i suoi ponti veneziani, pareva il luogo di ritrovo di una fantastica casa di riposo. Giovani, uomini maturi, vecchi, senza parere, sembravano preoccupati di punteggiare con il loro stato d'inedia, con la loro disoccupazione, tutta la città; e stabilirne così il colore più preciso: un'atmosfera ferocemente pigra contro cui il sole generoso ed esaltante - il sole della pianura ferrarese - niente poteva se non che accrescere ed intensificare l'immagine su queste casupole di cotto rosso, su questi canali di periferia ridotta a museo dalla miseria endemica.
Comacchio, la città, si alzava con le sue torri di cotto di un rosso prodigioso, severo e antico.
Non esisteva nella mia memoria immagine più singolare e drammatica paragonabile a quella inconfondibile, quasi assurda, lasciatami in una puntata di poche ore, da Comacchio.
Avevo rifatto simile visita bruciante, e per l'identica durata, nel primo dopoguerra. Ma si trattava ancora di una rievocazione quasi irreale - certo sempre assurda - un ricordo quasi da città morta; un museo, a dire il vero, in chiave di disperazione, accentuata se mai dal suo silenzio, il silenzio di Comacchio arsa dal sole, dalla salsedine, dall'immobilità.
Ora ritornavo per conoscere realmente dentro le sue pieghe più vere e precise questa mia Comacchio.
M'aggiravo a caso per i vicoli della periferia, ora totalmente mutata, almeno nella sua fisionomia esteriore.
Il mare, le valli sparite con la bonifica; una fitta sequenza di case popolari, nascondono la corona di casupole, i canali fermi e la sua fauna di barche abbandonate.
Tornavo naturalmente per scoprire gli abitanti della città da lungo tempo entrata nella mia memoria e, fin dal primo sguardo, capivo che i nuovi tempi, i nuovi padroni poco avevano mutato: a Comacchio non aveva ancora, neppure in fase iniziale, preso movimento un ritmo di vita finalmente civile.
Fu così che lungo la riva di un canale di periferia mi scontrai con una squadra, una banda di ragazzini di 10-12 anni di età. Fu così che il colore di Comacchio, il colore della sua inedita bellezza si personificò in una squadra di piccoli carusi. Fu così che quanto ormai conoscevo di Comacchio, città e razza proverbiale anche nell'ambito della sua terra ferrarese, prese forma chiara, precisa nel volto dei suoi piccoli carusi.
Prese forma quella realtà che nella mia memoria, nella fantasia e coscienza, era giustamente affiorata attraverso la visione dei palazzi antichi, dei canali, ponti veneziani dal colore di cotto antico, dalla severa struttura che fa pensare agli etruschi. Una città, una terra che nel giro dei millenni, è stata testimone e partecipe di storie immemorabili.
Devo aggiungere infine, a mo' di giusta conclusione, che questa mia Comacchio fatta di paesaggi e, soprattutto, dei volti dei suoi carusi, è piuttosto un tentativo, un abbozzo sommario di ritratto, di una città che la mia coscienza di uomo-artista mi ha irresistibilmente sospinto a trasferire sulla carta.
Altrettanto giusta mi sembra la mia scelta: il volto dei bambini come la misura tipica di un popolo. E se l’arte è, come penso, mezzo infallibile di conoscenza del vero, sul volto di questi carusi di Comacchio ho certamente fermato il fantasma che di questa antica, misteriosa città portavo con me da tanti anni.
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1962

dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la galleria del Gruppo ENNE, a Padova, dal 7 al 22 Aprile 1962
Non basta, evidentemente, lo stridulo dimenarsi dei corifei del peggio; dei paladini della catastrofe programmatica e sempre incombente come matrice e immagine del nostro tempo, per far sparire dalla terra, dai nostri occhi, dal nostro sentimento del tempo, e della storia dell’uomo, la presenza del sole; dell’idea solare della vita; che è pensiero tipicamente mediterraneo; carico di esaltante futuro. Come è proprio della vita autentica.
L’uomo, la figura umana è un bene abbastanza prezioso, ora come per il passato, da giustificare anche le più azzardate, e controcorrente diciamo, battaglie.
L’uomo, nella sua concretezza, come la vita, rimane l’ipotesi più certa, più suggestiva, comunque. E l’arco della mia vita di artista – che comprende ormai un bel mucchietto di anni di lavoro – è un punto fermo, prezioso e cristallino di questo credo estetico, tutt’altro che ingeneroso, del resto.
E Brunalba, frutto succoso e stupendo, e tema di questa mia nuova personale padovana, e, posso dire, con tutta serenità e certezza, la contro prova più chiara, del mio credo estetico e di uomo che avrei potuto portare.
Brunalba, donna giovane e splendida, che è come l’immagine della vita stessa – giovinezza insieme e sole splendido pieno – ritrovata come per incanto sulla tela, è nata, gioco prezioso del caso, nella pagina bianca e infinita del mare di Punta Nord: la più indicata forse per le grandi operazioni della fantasia.

Una parola c’è da dire, ovvia forse, a proposito di questa mia personale nella "Galleria del Gruppo Enne" del gruppo di giovani astrattisti padovani. Si può dire con tutta franchezza che si tratta, semmai, di un incontro, sul terreno, pure dei contrasti, di cultura tipicamente civile sul terreno della buona discussione, e del dialogo contrastato, se vogliamo, ma positivo, e ne è venuta l’ospitalità – di un artista addirittura neo-classico – nella sede più settaria, in apparenza, pensabile.
È, semmai, il buon segno che l’era dei cannibalismi bianchi sta proprio per sparire.
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dal pieghevole di invito per la mostra tenutasi presso la Galleria d’Arte LA CHIOCCIOLA di Padova, dal 30 Maggio al 14 Giugno 1962
L'uomo, questo baldo capitale del nostro tempo, così preoccupato a dimostrare a sé stesso che senza "sciagure" senza "angoscie apocalittiche", religiose o metafisiche nemmeno ci può essere gusto a vivere. Vero sogno rovesciato, pur che sublime sia la sofferenza, soffrire sembra il motto più caro a certa umanità del nostro tempo.
Pianto e disperazione!
E il sole chi lo vede più, quando si concentra in se stesso questo moderno campione di menagramo? Bene: ma è nel vero davvero questo baldo campione di menagramo così di moda in questi giorni definiti informali, vegetali ecc. ecc.?
E comporterebbe il solo gioco, allora si onesto, di dover puntare decisi su un bel finimondo pieno di angoscie variamente modulate?
Se non "numeroso" purtroppo questo mondo esiste, e molto rumoroso: chè la discrezione pare non debba essere la virtù principale dei moribondi perpetui.
Ma noi pensiamo che l'umanità può scegliere, eccome, altre prospettive tanto più invitanti. Come quella, mettiamo, di puntellarlo (ognuno come meglio può) questo povero mondo. E puntellarlo per la strada che abbia il colore e la salute del sole, e magari del nostro sole mediterraneo. Che ha visto alimentato e accompagnato più di un bel cielo di saluberrima umanità, e un consolante deposito di opere invitanti alla vita. Come del resto mai si è stancato di fare l'uomo di tutti i tempi. A ciò che muore, diciamo allora, contrapporre la mozartiana prospettiva della salute, detta pure "felicità".
Dando del nostro tempo la immagine più solare possibile. E non tanto perché la salute e il sole siano più simpatici del pianto angosciato e ininterrotto, quanto perché nel nostro tempo, come in ogni altro della storia dell'uomo, alla cronaca delle cose si può agevolmente contrapporre la storia delle cose cariche di futuro.
Con questo "sentimento" della vita, ogni occasione è stata ed è per me un buon pretesto per puntellare in qualche modo la nostra traballante vitarella, puntellarla con il mio lavoro di pittore, si intende, come illustrare un bel libro; o la mia città; o qualche tema che la vita così generosamente ci propone.
E darne l'angolo più vero più bello dove la realtà, che è verità, ce lo consente in termini magari solari, limpidi come un bel mattino di primavera, e al mare per giunta.
E credere che la storia, la nostra storia di uomini ci può fornire in modo generoso tutte le buone regole tecniche e formali per le più azzardate e nuove operazioni estetiche.
Prestare il nostro "vestito" (la forma) ai fatti, alle storie di altri tempi; di tutti i tempi: un libro; un tema, che sarà come ricavare e ritrovare la nostra più precisa storia, di oggi e di domani.
Così in tanti anni e senza parere, ho già accumulato un bel panorama di illustrazioni: il Verga; il Belli dei sonetti romaneschi; il Tasso, le poesie popolari e partigiane di Meneghetti, il Satiricon di Petronio, "Padova duemila anni dopo " dal testo di Valeri, "Poesie di Valeri", il Bertoldo e Bertoldino del Croce; la guerra delle salamandre di Capek, e qualche canto della "Divina Commedia.
E poi come "storie" mie, le inesauribili illustrazioni della mia città: la Padova dei portici e del Pra’; o come storia del ventennio, scritta con segni e tratti anziché parole, la storia dei sogni del Gibbo satira mussoliniana del ventennio. E infine qualcosa come un poemetto da Casa lunare che ha per titolo " Brunalba a Punta Nord" storia figurata che ha già raggiunto una sua precisa fisionomia.
L'Editore Neri Pozza sta preparando su questo tema una cartella da amatori di 6 litografie giusto dal titolo Brunalba a Punta Nord.
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1963

da: IL GIBBO. Vicenza, Pozza, 1963
Erano gli anni più neri della mascherata fascista; l'Abissinia prima, la Repubblica spagnola subito dopo.
Il testone romagnolo sembra davvero mandato dalla Divina Provvidenza, proprio a noi italiani, per mettere a posto il mondo.
Gibbo, che non sbagliava mai, Gibbo, che aveva sempre ragione; che era tutti noi, Padre e Madre della Patria.
E la canaglia nostrana a gonfiarlo senza fine. La patriottarda canaglia, diciamo, sottobanco aiutata e sostenuta dalla consimile gente di tutto il mondo. (Il gorilla teutonico era, tutt'al più, un concorrente di una specie anche più tetra).
Sembrava che il cielo stesso fosse preoccupato di far piovere sul grosso testone del gibbo romagnolo le più incredibili e inverosimili patacche e onorificenze.
Non c'è stato residuato reale e imperiale di tutto il mondo, con alla testa la brava chiesa (quanta acqua benedetta e santa è stata propiziatoriamente rovesciata sul testone del Gibbo e su tutti i massacri perpetrati nel ventennio (Abissinia, Spagna) che non abbia voluto impataccare di qualcosa il nostro gibbone; e lui, il Gibbo della divina, a pomparsi in proporzione, ad ancheggiare pettoruto, a rovesciare occhi di fuoco, e paroloni senza fine, dal fatidico balcone.
Una perla tra le infinite donate al nostro paese dai venti anni di carnevale nero: le belle e baldanzose migliaia di preti più che qualificati, sfilanti nel mediterraneo saluto romano, il braccio alzato verso il finestrone. Benedicenti e salutanti, salutati e protetti - tutti in uno - dal Gibbone.
Il testone pareva proprio il personaggio simbolo, squisitamente italiano, diciamo dell'italietta, per l'occasione pure imperiale.
A tanta sbrodolatura latina bisognava trovare un nome che servisse da alibi; un vero nome, veramente suo.
E Gibbo, come forma e come "suono" arrivò giusto giusto, a cavallo di una pellicola di J. Ford, che nel "Traditore" presentò un "gibbo" che pareva tagliato sulla misura del testone romagnolo (a dire il vero il gorilla rumoroso di J. Ford era un povero ubriacone, solo occasionalmente nero e protervo, che gonfiava e definiva se stesso solo quando si ubriacava).
C'è da dire due parole, finalmente, sulla "italianità" del Gibbo, e del Gibbonismo, che è come dire della casalinga qualità del fascismo (fenomeno europeo e mondiale, va da sé, e tuttavia ...) come era tipicamente teutonica la grinta del gorilla nazista, e come altre grinte razziste - come il sanguinario neo toro di cartone - potrebbero richiamare a echi gibboneschi (il vario ganghesterismo d'oltre oceano pare essere una miniera più tetra e generosa della stessa nazista), e tuttavia l'aria, la grinta e il quintalone sbrodoloso del Gibbo aveva ed è il calore, e vestito, che l'italietta patriottarda e filistea gli ha messo su, a nostro scorno, in tanti anni di savoiarda e orbopoetica aspirazione alla Nazione "che fa paura al mondo!". Quel certo amore per le parolone, per il gesto gagliardo, gli occhi sempre fissi in quelli del nemico ...
E Dio con lui!
Gibbo, il Gibbone che vede sente e pensa con le spalle; il Gibbone della cronica del ventennio è una perla tipicamente nostrana.
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1968

dal catalogo per la mostra alla Galleria LA ROBINIA di Palermo, dal 21 Novembre al 4 Dicembre 1968
Ancora una personale a Palermo, che, con la prima a Catania nel lontano 1954 e quelle di Messina, Capo d'Orlando, Enna; alle numerose fatte a Palermo fa senz'altro un bel mucchio di anni di attività che io chiamo siciliana.
Potrei aggiungere che un altro tema nettamente siciliano fa’ parte ormai del mio lavoro di artista. Il mare siciliano da quello di Capo d'Orlando, che già mi aveva dato i suoi "carusi", a quello di Selinunte con le sue prestigiose "rovine" e sculture; e l'isola di Mozia, finalmente, che, con Selinunte dà quasi una più precisa fisionomia, oltre che al mio lavoro, a questa stessa mostra.
Tutto questo comunque, sarebbe ancora una questione di "particolari", di fatti contingenti. Per me artista del Nord la nota veramente importante di questa mia personale a la Robinia consiste nella coscienza che ho di continuare un'operazione che promette frutti senz'altro importanti. Cosa da poco? Non credo; e con me avrò sicuramente più di un siciliano di quelli che contano, e più di un palermitano idem.
All'opposto di ciò che hanno fatto e che purtroppo continuano a fare tanti artisti siciliani, e fra le personalità più forti dell'arte italiana, che, si può dire, scappano dalla Sicilia per andare a Milano o a Roma, e farsi integrare dalla cultura e dal costume della nordica borghesia "con questa personale a la Robinia intendo fare l'opposta operazione: da buon artista del Nord; sentirmi e vivere da siciliano in Sicilia" che considero una delle carte più importanti nel rapporto concreto soprattutto con Palermo ed il suo mondo artistico, con la Sicilia in realtà.
Operazione per più versi azzardata?
E perché non credere in un nuovo umanesimo che pure per le nostre generazioni ci deve e può essere?
La sua natura la sua storia prestigiosa, la sua umanità fra le più vive e comunicative che io abbia incontrato, fanno della Sicilia una pagina fondamentale della mia qualità di artista e di uomo di cultura del Nord.
Circa due secoli fa del resto, un certo poeta tedesco autore di un libretto che va sotto il nome di Faust, non ha scritto e detto che per capire l'Italia e gli italiani bisogna cominciare dalla Sicilia? Non è esempio e indicazione da poco, mi pare; e non solo per me.
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dal catalogo per la mostro delle opere di piccolo formato presso la galleria d’Arte PRO PADOVA, dal 7 al 24 Dicembre 1968
Le buone occasioni, si sa, aiutano a mettere a fuoco le idee più preziose. E questa offertami dall’amico Marzola, di una piccola personale di piccoli "dipinti" mi è parsa proprio da prendere subito al volo.
Fare "grande", "grando", come si dice da noi, ha la sua importanza (Michelangelo! La Cappella Sistina leva il fiato!). Ma è altrettanto vero che una buona idea, musicale, poetica o pittorica, non può avere le gambe corte più di tanto.
Le idee, quelle autentiche, "le idee idee", (così come il sentimento "lirico" delle cose) forse che camminano come gli ometti sulle gambe?
Dato per chiarito, allora, che è questione di "respiro", di senso della proporzione ecc. ecc, viene naturale dire che due segni e un tocco anche lievissimo – di un Francesco Guardi, mettiamo – sono spesso più che sufficienti a dare tale senso "poetico, musicale, pittorico" delle cose, della realtà o della natura, da levare, - si può ancora dire? – il fiato.
Per tutto questo mi è caro presentarmi in veste di giocatore in piccolo della mia Padova, dei Pra’, di Via S. Eufemia ecc., ecc., e di Piazza Navona e di tutto quel mondo giustamente figurativo, esaltante cioè la natura – o la vita se volete – che a sua volta, ed è giusto che sia così, le fa la fastosa barocca vivissima cornice.
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1972

da: Tono Zancanaro: Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 17 dicembre 1972 - 4 febbraio 1973. s.l. , s.n. (Cento, Siaca), 1972
Quarant'anni abbondanti di lavoro. Un volume di opere che dovrebbe presentarsi da sé. E tuttavia ...
Dirò allora che questa specie di nota esplicativa la scrivo per gli amici del mio lavoro; che sono proprio parecchi, e delle più disparate estrazioni sociali, e direi senz'altro che posso contare amici in tutti e cinque i continenti !
Per non dire del mio paese, l'Italia diciamo, ecco un piccolo episodio abbastanza emblematico lo racconterò.
Nel 1953 o '54 non ricordo bene, dalla Malesia scrissero ad un ufficio appropriato di Roma per avere due mie acqueforti sul tema delle mondine.
È proprio una strana storia questa di Tono che dall'età di 25/26 anni decide di diventare pittore essendo stato fino allora del tutto "estraneo ai lavori". Che a 23/24 anni, portatovi da cause totalmente esteriori comincia a "sentire" un certo interesse per l'arte classica, anzi: per quella fiorentina del 15° e 16° secolo. Con particolare attenzione per Botticelli e per il suo "timbro patetico".
Niente altro che una generica passione. "Violenta" magari, ma fine a se stessa.
Allora ero impiegato di banca, come prima ero stato fabbro meccanico nell'officina di mio padre, e prima ancora sportivo atleta. Ma sempre e comunque per la medesima ragione in qualche modo il tempo doveva passare. (Come del tutto passivamente ero passato dalle scuole comuni a una di artigianato artistico. Col monotono risultato di un bel zero via zero = zero).
Non avevo "attitudini" naturali proprio per niente, figuriamoci per la pittura!!! Ma lavoravo sul "perché".
Nell'ambiente bancario intanto portavo avanti con certo accanimento lo "studio della gente", l'umanità così varia del mondo che nella banca aveva il proprio santuario.
Allora? Dall'età di 5/6 anni, se non prima (perché di curiosità credo di essere nato carico) era cominciato il mio vero lavoro. Qualcosa come mania vera e propria. Con accanimento cercavo di capire che rapporto "correva" fra le parole che "le persone" dicevano e i fatti che ne seguivano.
Quanto materiale umano è passato davanti e sotto i miei occhi attenti, di bambino, ragazzo adolescente, giovanotto e infine uomo? Non sapevo, allora che tipo di lavoro portavo avanti; "dentro di me si capisce". Perché‚ di una sola cosa non perdevo mai la vista: il perché‚ della mia vita e della vita dell'umanità. Dovevo, questo si, cascare pure sui libri scritti.
Accumulato quel "pastone" completo e ricchissimo di umanità, e di "verità" che all'età di 23/24 anni mi porterà a contatto dei primi libri (fin allora ero stato il classico analfabeta che aveva fatto un minimo di scuole). Proprio in banca incontrai due fratelli che leggevano libri, si interessavano di musica classica e di pittura moderna! E così la duplice malattia si combinò comunque a mio vantaggio. Fatto non del tutto curioso, i primi libri da me ricercati furono "Litografie di Grandi" i vincitori della vita, così incappai nel Foscolo, vita tumultuosa, poeta e grande letterato. Entrai così a "contatto" del fatto "formale" poetico, "dell'espressione". Una bella sorpresa la vita che diventa poesia. Il "fatterello" senza parere mi iniettò l'interesse per "la parola scritta".
Un secondo libretto - decisivo addirittura - fu un poemino grafico di "certo" Francesco Rabelais, medico e grande "umanista" . "Gargantua e Pantagruel" mi suggerì niente meno di scrivere la mia autobiografia, storia mia e del mio clan come "partenza", come cornice a una storia, ovviamente satira del nostro tempo, solo che appena messomi al lavoro di ricerca "biografica" subito capii quanto e come ero negato alla disciplina letteraria; e dello scrittore, poi! Dovevo continuare a tenermi per me il mio carico, il mio pastone di umanità! Infatti, giusto in quegli anni accadde per me l'incontro decisivo: avevo un nipotino di 3/4 anni e mezzo fiorentino e viveva a Firenze (diventerà il pittore Renzo Bussotti - fratello di quel Silvano Bussotti, il musicista col quale espongo proprio in questa antologica un lavoro in collaborazione). Questo bambino e la sua Firenze è stato il veicolo che mi porterà ad interessarmi materialmente della pittura, cioè‚ dei Musei.
Il Renzo Bussotti da come cominciò a fare i primi passi, così cominciò col gesso a tirare i primi segni, sgorbi, strisci. Prima per terra, poi sui muri, poi su tutti i pezzetti di carta che gli capitavano fra le mani. E io a procurargli il "materiale" perché‚ desse sfogo alla sua passione. Lui avrebbe fatto della sua vita ciò che io non potevo fare. Per aiutarlo e per "incontrarlo" diciamo (l'amicizia allora di che vivrebbe?) mi diedi a tirare segni pure io; a fare, diciamo, soprattutto "grotteschi" o giù di lì, non dovevo accontentare un palato sottile e io nella testa ero molto più maturo, più ricco di lui. Un anno di vita vuota del bancario e ore su ore a disegnare, anche con le matite colorate (e i primi "raggi" o fogli sono documentati nella mostra).
Una cosa capivo, quando tiravo segni o colori, quando avevo davanti a me una delle opere per cui andavo sempre più matto e nei musei fiorentini mi pareva che forse più della filosofia, avevo pure scoperto Socrate e la poesia, Leopardi con la sua poesia che allora mi pareva "funeraria", la pittura, il segno mi facevano capire di più, meglio, il segreto più profondo della vita e della natura. E il disegnare diventò una ragione di vita. E comperai i primi colori a olio e proprio nei giorni che la banca falliva, lasciandomi così totalmente libero (riprenderò la vita del meccanico, ma era altra cosa, un fatto molto più umano).
Pure non avendo mai conosciuto o visto un pittore moderno al lavoro approdai nella pittura vera, entrai nella prima collettiva (Venezia 1933).
Alternai ancora per qualche anno il lavoro di meccanico a quello del pittore sempre comunque da non "addetto ai lavori".
Come per il proibitissimo e tacito e caro frutto proibito è forse questione di essere d'accordo o no quando la vita ha toccato la giusta età? Nella pittura, dirò, avevo "fatto su" un certo "mestiere", e la vita, e la natura erano forse esaurite in me? È stato così che entrai nello studio di Ottone Rosai che per infinite ragioni più una avevo eletto a mio maestro.
Fatto non meno strano, dal momento che avevo visto "come" si dipinge e come si "disegna" ho subito smesso di dipingere buttandomi a corpo morto nel disegno. Nel disegno nelle sue innumerevoli nature e possibilità che via via mi veniva di scoprire, ossia di inventare.
La verità vera è questa che il nero su bianco combaciava meglio con la mia natura di "moralista".
Non volevo fare il "ritratto" della società del mio tempo dominata dal nero e più turpe fascismo.
Tuttavia dovrò spendere altri anni per arrivare al possesso vero e proprio dell'arte.
Per sentire di essere diventato davvero pittore (forse la grafia non fa parte della pittura?). Un operaio della mia arte, questo dovevo diventare, questo fatto mi fu chiaro nel 1942 (36 anni di età) con la "nascita" del Gibbo e delle mie prime acqueforti. Mi accorsi con particolare soddisfazione che potevo lavorare - come naturalmente ho fatto - 8 o 14 ore tutti i giorni e settimane e mesi.
Mi sentivo dentro ai lavori.
Col Gibbo, poi, avevo capito che la mia mentalità di lavorare solo su temi di piene proporzioni non era dei tutto sbagliata al tema delle strade padovane: il portico, e del Pra’ della Valle con le sue statue eroiche e la sera il sottoproletariato come contorno. Il ciclo dei Gibbo durerà anni addirittura, "creperà" al giusto momento con la fine del testone.
Al Gibbo non seguirà subito nel dopoguerra la demo - cristo - preteria. Altri anni di lavoro! E nel '47/’50 col Satyricon e Levana, diciamo la mia prima sintesi eros - donna. E, parallela al tema "risaia" con il tragico incidente dell'alluvione che pure durerà anni; e la Sicilia con i suoi "carusi" prima e "Selinunte" con tutti gli agganci e arricchimenti di vita che la intersecano o arricchiscono.
Con l'attuale approdo dei "palagonesi" e "meletici mostri" del nostro tempo.
Devo pure aggiungere due parole sul lato più scottante dell'argomento pittura. Non mi sono mai sentito legato se non per un breve e balordo tempo al mondo professionale o polemico dell'arte e della società artistica dei miei tempi. Per poter dire sempre meglio e sempre più compiutamente il mio amore per la vita, per l'umanità ho "imparato" ad incidere lastre, vetri di Murano, a fare ceramiche, a tirare lastre litografiche che mi rimetteranno nel terreno vero e proprio della pittura con i colori, e ultima preziosa fatica il mosaico e l'arazzo.
Sono stato e sono, si capisce, estraneo ai giochi dei clan, gruppi, estetiche, giri di mercato. Ma mai ho dubitato che se il gioco doveva costare la proverbiale candela consista e consiste nella fiducia verso l'uomo e me stesso nel vivo della vita e della storia dell'uomo e dell'umanità. Essere magari l'ultimo anello, ma della catena che tiene legata l'umanità che io chiamo umana. Questa è stata ed è la mia resistenza di uomo prima di tutto, di artista infine. Forte come credo di essere per avere affondato le mie radici nel mondo ellenico, ultimo e primo approdo che non esclude davvero la grande civiltà e terra cinese, il nostro rinascimento, la recente storia dell'umanità che lotta per l'uomo figlio e padrone della ragione.
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1973

dal catalogo per la mostra presso la Galleria d’Arte Moderna di Teramo, 24 Maggio – 8 Giugno 1973
Non è certo per l'ipotesi di essere frainteso che mi suggerisce l'idea a proposito di questa mia prima e molto impegnativa personale a Teramo di presentarmi esclusivamente con le opere e un succinto profilo biografico, si capisce, della mia vita di artista.
Sarebbe sicuramente un primo passo per ripulire il terreno dal ciarpame dei gerghi a uso delle anime belle e soprattutto del più truffaldino mercato che mai abbia imperversato nel mondo delle arti figurative. Il quale mercato, legato a doppio mandato ai suddetti "misteriosissimi gerghi", sembra finalmente arrivato al sordo invalicabile muro oltre il quale c'è, e tutto nero, il vuoto più vuoto che mai mente umana sia stata capace di immaginare a scorno dell'uomo e della sua, questa si prodigiosa, storia!
Così, dirò, del mio lavoro di artista: che il solo vero problema che mi si affacci alla ragione fin dai primi passi è stato ed è tuttora questo: che il problema del "come dipingere" è un falso problema. Come lo sarebbe per il fornaio, per il quale le regole del mestiere e della tecnica sono implicite nella scelta della "professione", dell'arte stessa diciamo.
Ciò che conta è avere qualcosa da dire; quanto al come, ogni artista lo ritroverà senz'altro; come sempre è capitato per chi ha scelto con ragione la "professione" del pittore, scultore, ecc.
Dire piuttosto della vita; della storia - la nostra storia, la nostra vita - per essere capiti e riconosciuti dal più alto numero possibile di propri simili. E come cornice, tutt'altro che ingenerosa, la natura; quella natura che sarà sempre e comunque la prima sorgente e "maestra" della nostra vita; di ogni nostra attività artistica, scientifica o artigianale!
Si sa: la vita e tutt'altro che rosea, tutt'altro che di soli fiori. Ci sono i "mostri": che non sono pochi e, ogni giorno più orrendi, duri da morire. Ma c'è pure il sole, c'è la nostra vita con il sole e quella primavera che ad ascoltarla bene sentiamo che è sempre presente in noi.
Quante "crisi" e catastrofiche e definitive ha superato l'uomo, l'arte, gli artisti? Diciamo; dai tempi dei marmorari pugliesi - che nei Nicola e Giovanni Pisano hanno avuto i primi due grandi "soli" e su su giorno via giorno si potrebbe dire - ma sempre con la chiara coscienza e conferma che la vita è avventura da affrontare e portare avanti con cuore generoso: con l'occhio chiaro di chi sa vedere il sole anche nel buio più nero delle truffe del nostro tempo; con la ragione su tutto.
Tutto il mio lavoro di artista posso dire con animo sereno, è volto a ritrovare, nei giorni in cui vivo, il segno perenne della più vivida primavera, per me e per l'umanità che mi somiglia.
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da: Tono Zancanaro: mostra antologica: 1931 - 1973. Nuovi Sentieri, Belluno, 1973
Una ventina d'anni fa, grazie ad una iniziativa di Augusto Murer, Falcade ha vissuto una stagione d'arte e di cultura non solo singolare, ma di tale proporzione e severità di valori come raramente capita di vivere nei grandi centri: mostre d'arte a livello nazionale accompagnate da conferenze-dibattiti pubblici sui problemi più attuali dell'arte in rapporto alla società e alla vita del nostro tempo.
Ernesto Treccani e Ampelio Tettamanti, il sottoscritto Tono Zancanaro e l'Augusto Murer, ovviamente; e altri. Fu davvero una rara stagione!
Come artista e come uomo di cultura non solo non ho mai dimenticato quel tempo così vivo, intenso, umanamente fruttuoso, ma oggi sono qui a testimoniare nello studio dell'amico fraterno Augusto Murer, come quella lontana stagione del 1955 rappresenti la strada mia più vera. Nel mio lavoro d'artista ho sempre seguito l'impostazione di quei giorni: animare manifestazioni popolari di cultura, di vita, di umanità. Come allora tale è il mio lavoro e il mio modo di stabilire un rapporto vivo con l'umanità, con la società ed il mondo artistico contemporaneo.
È pure vero, e ne prendiamo serenamente atto, come segno di salute se non altro, che dopo quella stagione il mondo dell'arte ha subito l'assalto della canea esistenziale: un enorme brodaccio di disperazione per anime belle! L'esperienza di quell'estate non si è più ripetuta, almeno per il sottoscritto.
Ho ora l'occasione, proprio in questa casa-studio di Augusto Murer scultore di un'arte umanissima, di ripresentarmi con un arco di lavoro non solo tanto più ampio (quasi vent'anni di accanita attività), ma più completo, in quanto le opere esposte abbracciano un periodo di tempo tale da rendere possibile un profilo sicuro della mia vita d'artista, giusto per poter dimostrare e dare ragione del mio impegno e del mio primo e più che attuale problema: lo stesso di venti o quarant'anni fa.
La ragione che mi muove al mio lavoro d'artista è un'idea assolutamente umana, sociale per dirla con chi la parla più semplice e vera. Solo nella misura o nel vivo rapporto che il mio lavoro sa intrecciare con la società del mio tempo, e con i suoi uomini, trovo il vero appagamento, la vera ragione di tutto il mio faticare di uomo e artista.
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1974

da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974)(da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974
Giusto un anno fa, con l'occasione della Mostra antologica al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, è stato possibile per me effettuare un bilancio di quarant'anni abbondanti di attività.
Quarant'anni di lavoro accanito, spesso senza respiro a seconda delle circostanze esterne, e particolarmente duro nel triste periodo del brigantaggio nero.
Ora è la volta di un'antologica a Palermo!
Sulle apparenze può dominare una sfumatura: a Ferrara facevo il punto sul mio passato, qui a Palermo credo di mettere il punto sul mio futuro di artista.
Anche nella storia della mia evoluzione queste due città occupano spazi differenti.
Ricordo ancora il giorno in cui, per la prima volta a Ferrara, capitai in una strada popolare sotto il sole bruciante e fermo di un mattino d'estate. Ebbi una intuizione: mai come in quel momento ho avuto chiara e fortissima la sensazione che l'artista è tanto più grande quanto più assume e si confonde con la fisionomia, con il volto del proprio popolo, con le case e con le opere della propria gente. Schifanoia e il Museo di Spina, Palazzo dei Diamanti, la Marfisa etc.: tutti gioielli unici e singolari che mi hanno educato al gusto più sottile.
Il mio primo incontro con la Sicilia risale, invece, alla primavera del 1938. E la prima incredibile sensazione mi fu destata dal viaggio in treno da Messina a Palermo. Compresi in quelle poche ore il segreto di luce, di mare, di terra, in quel mescolarsi aspro e forte degli elementi. E l'approfondirsi dell'incontro trovò le sue tappe nello "studio" del Museo Selinunteo di Palermo e nei successivi viaggi (quanti? Tanto numerosi da non ricordare singolarmente, da potere dire di essere anch'io figlio di questa terra.).
Siracusa, Palazzolo Acreide, Acireale, Noto, Agrigento e poi Capo d'Orlando, Sciacca, Porto Paio, Mozia e soprattutto Selinunte, più cara a me fra tutti gli altri luoghi. E ovunque Carusi e gente di mare nel cui vivo rapporto scoprivo giorno per giorno la matrice umana dell'antica arte selinuntea.
Capii che quì la gente "pesca" tanto più in là dei propri anni e affonda radici profonde in epoche di certezze antiche. In questo ho, così, scavato con lavoro incessante e difficile, percorrendo questa terra in tutte le direzioni possibili, "interrogando" la gente per ritrovare in me stesso la misura più giusta di artista.
Per questa via ho potuto carpire il segreto più profondo della vita: ritrovare l'essenza che c'è dentro ciascuno di noi.
Questo il dono meraviglioso che il volto selinunteo della Sicilia con la sua ricchezza di umanità e di storia mi ha fatto.
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1976

da: MOSTRA antologica del maestro Tono Zancanaro: Comune di Certaldo, Palazzo Pretorio: Certaldo, 18 dicembre 1976 - 18 gennaio 1977. s.l. , s.n., (Poggibonsi, TAP Grafiche), 1976
In questa antologica di Certaldo presento = se non tutto‚ ovvio = buona parte del lavoro fatto in 45 abbondanti anni di vita di artista = e dovrei come consuetudine accompagnarla con qualche parola di presentazione critica o autocritica come si dice.
Una volta tanto in luogo di detta = quasi sacramentale autopresentazione scriverò un bel saluto = proprio così un buon saluto agli amici di Certaldo che mi hanno dato l'occasione di questa personale molto, impegnativa, e in Certaldo antica: che per me, (posso dirlo?) buon patito di Boccaccio e della sua opera, aggiunge nota impagabile nel quadro già abbastanza rilevante di bellezza ecc. ecc.
E sarà bene se preciso che così ancora una volta confermo quel mio costume di artista che in pressoché‚ tutta la sua attività ha sempre cercato, nella misura del possibile, la cornice più semplice, e diciamo senz'altro più popolare.
Quella cornice, e quel pubblico, che sento più congeniale alla mia mentalità di uomo e di artista.
Oltretutto ‚ molto più di un anno che a Certaldo sono come di casa.
E, come segno di augurio, che la "provincia" continui a camminare in avanti = come fa un po' in tutto il paese = aiutata ormai da tempi veramente nuovi.
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1978

da: TONO Zancanaro: cinquant'anni di attivita' artistica: Padova, Palazzo della Ragione, aprile - giugno 1978. Electa, Milano, 1978
Questa mia antologica sembra nata spontaneamente, come fatto naturale, a conclusione di quasi mezzo secolo di lavoro e intensa attività artistica: quarant'anni abbondanti di accaniti "vagabondaggi", mostre personali spesso accompagnate da dibattiti di varia natura culturale, e anche "politica", si capisce; certo, con Padova come costante residenza, e sede della mia prima attività artistica.
Come dati di cronaca: da New York nel 1947 (mostra internazionale surrealistica) a Pechino e via via a Shangai e altre città della Cina e a Mosca, a Leningrado: un po' in tutto il mondo, opere mie di grafica sono state esposte a più riprese. Ma - e questo è fatto per me più importante - non c'è angolo abbastanza vivo del nostro paese, da Trieste a Torino a Genova, Firenze, Roma e giù giù fino a Selinunte, punta estrema della Sicilia, che non mi abbia visto al lavoro o avuto come ospite, e non possegga qualche mia opera, soprattutto in bianco e nero, come dire un angolo o una strada di Padova.
Più d'una volta, infine, è capitato a qualche connazionale di entrare in una casa in Australia o in Venezuela, e trovarsi davanti a opere del pittore padovano Tono Zancanaro.
O potrei fare l'elenco dei luoghi dove hanno organizzato mostre antologiche del mio intero lavoro: da Ferrara (dicembre 72 - febbraio 73), via via a Palermo, Giulianova di Teramo in Abruzzo, fino alla recente di Certaldo, la città di Boccaccio, giusto un anno fa (dicembre 76-gennaio 77); e mi sono anche meritato, per la mia attività artistica e culturale, due cittadinanze onorarie: di Capo d'Orlando in Sicilia e di Giulianova di Teramo.
E sempre la parte predominante delle mie mostre è stato il vario volto della mia città - proprio Padova – tanto spesso rallegrata fin su fra le nuvole o nei cieli - o nei muri delle case – dai miei angeli aerei, autentici sogni di limpida giovinezza.
Per tanti anni, sembrava, il mio destino di artista era di fare il profeta fuori della mia terra, o patria se volete così dire, Padova - sempre.
Finalmente ora, e lo so io con quanto piacere lo scrivo e dico, ora, al momento giusto, è arrivata la giusta responsabile persona - più d'una, si capisce! - che, passando sopra tutte le traversie, incomprensioni o peggio, si è fatta viva, mettendo in moto la buona macchina dell'organizzazione, e nella sede più appropriata.
Non è stata la vecchia sala della Ragione una delle mie basi formative, di partenza, allora buon alfabeta autodidatta, in cerca di fantasmi per la mia formazione di buon padovano, uomo di cultura e artista?
Dovrei pure ricordare, in questa occasione così preziosa, gli anni della mia formazione e gli amici intellettuali che mi hanno "aiutato" durante i primi difficili passi: Curiel e Atto Braun, Luccini e Giorgio Rubinato e Rino Pradella, Concetto Marchesi, Giuseppe Gaddi e Valgimigli Manara che durante una lezione sulla tragedia greca citò un mio lavoro in bianco e nero, e il musicista Lino Filippini, con i primi amici di libri Attilio e Guido Deschi, i quali tutti mi hanno aiutato a impastarmi i valori della vita e quelli antichi della mia Padova, tuttora tanto viva e vera.
Una parentesi la devo dedicare pure a una mia fantasia, diciamo un mio profondo desiderio: aver potuto "montare", fare la mostra col solo materiale che ha avuto ed ha per tema il volto e la storia di Padova, la città che tanto mi ha nutrito. Ne sarebbe venuto – è certo - un ininterrotto, continuo canto corale, anche se spesso, per i tempi neri del ventennio e della guerra, più nera ancora, avrebbe assunto toni e colori da tregenda. Un canto continuo e sempre variato come un tema musicale, perché‚ proprio questo è stato il mio rapporto con la mia città, Padova, e con il suo Pra’, vera isola in un mare più vasto, antica "piazza" che un giorno è venuta a fondersi e magari "confondersi" con piazza Navona di Roma che, come il nostro Pra’, ha forma romana d'anfiteatro; e che, come il nostro Pra’, si è compiuta nei secoli XVII e XVIII. A tanto mi ha via via portato a fantasticare come uomo e artista la mia città, quasi a sintonizzarmi col tempo della grande musica barocca.
Invece, se la mostra ha un volto più complesso, è perché‚ si presenta con tutto l'arco del mio operare nelle varie materie e tecniche, e temi e contorni, fino ai recenti arazzi e scenografie teatrali: dagli anni della mia autodidattica e approssimativa nascita come "pittore" fino al vero e proprio punto di maturità e presa di coscienza artistica, ossia, non a caso, agli anni più difficili che videro nascere il Gibbo e la mia attività d'incisore; e via via il periodo anche più indemoniocristianizzato dello scelbismo, per sortirne finalmente nel duplice discorso del mio più prezioso realismo col tema della risaia e il Polesine, e la caruseria siciliana, e, vero gioco "parallelo", nella nascita del mio segno che dirò selinunteo, tanto è impastato della poesia greca, dello spirito greco, o, meglio, mediterraneo.
Quel canto di musicali fantasie ellenistiche che negli anni recenti ha fatto nascere l'accordo a quattro mani con Sylvano Bussotti nelle nostre opere, ha reso per me ancora più ricco il mondo della musica col lavoro alla scenografia – in piena collaborazione sempre con Bussotti - di opere quali L'Incoronazione di Poppea di Monteverdi, o I due Foscari del Verdi. È quel mondo superbamente barocco da sempre che mi ha indotto a riprodurlo in quella mia più alta nostalgia data dal mondo corale delle donne-dee di Piero della Francesca.
E proprio così, con un discorso che avrebbe dovuto toccare soltanto il tema di Padova, ecco che con l'ultima mia fatica, ormai accumulato qualche anno di fantasie, sono approdato, e in regola con la logica più vera, a un concetto solare della vita, un canto musicale della giovinezza, sotto l'ala della favolosa leggenda di Padova fondata da Antenore, eroe grigio e gran domatore di cavalli; o sotto la preziosa protezione altrettanto leggendaria del "decoro" o della vita come fatto solare e superbo di giovinezza, che va sotto il nome di Piero della Francesca.
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1981

da: Tono Zancanaro terrecotte e ceramiche. Nuovi Sentieri, Belluno, 1981
Ceramica
Circa vent'anni fa sembrava che fosse cominciata una vera epoca o rinascita di un'arte che pareva ormai trascurata dagli artisti, pittori e scultori: quella della ceramica.
Purtroppo quella che sembrava una autentica riscoperta, dopo qualche anno si affievolì, per sparire un po' alla volta.
Fatto di mercato terminato, esaurito!
Purtroppo, e a dispetto di quella singolare stagione, anche Fontana che era stato come il Maestro di tanti artisti, smise di fare ceramica.
E la stagione, il tempo della rinascita per la ceramica finì.
Segno dei tempi in crisi per l'Arte.
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1982

da: TONO ZANCANARO mostra antologica 1931 - 1982. Francisci, Abano Terme, 1982
"Capo d'Orlando"
Credo che potrei dire soltanto poche parole su Capo d'Orlando: "Paesino" di pescatori siciliani fra Messina e Palermo.
Da non so quanti anni "cercavo" una mia terra, una terra che mi facesse sentire a casa e sentirla come la mia terra d'antica origine d'artista.
Bene: da qualche anno scendevo in Sicilia,- e nel '55 capitai proprio casualmente a Capo d'Orlando "Mostra di pittura contemporanea". Pochi giorni di soggiorno a Capo d'Orlando e come un fatto naturale sia il "piccolo" paese in riva al mare, sia la cosiddetta "gente" di Capo d'Orlando si capisce,- mi ha rivelato la "chiave" che da anni cercavo:
Qualcosa come la mia antica terra, della Magna Grecia in definitiva. Così Capo d'Orlando diventò e rimane la mia naturale terra di antica origine.
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