| 1954 dallinvito alla mostra, dal 16 al 27 Marzo 1954, presso il
Centro Universitario dArte dellUniversità degli Studi di Padova:
Con questa personale di disegni acqueforti e ceramiche presento il lavoro più
meditato e impegnativo, come uomo e come artista, di questi ultimi anni di attività; e
non a caso presento, con i disegni e le acqueforti, anche le ceramiche. Chè se i disegni
e le acqueforti costituiscono come un sol discorso espresso in tecniche differenti, e con
il risultato formale che si dice realistico, - e il termine "realista" va inteso
come il desiderio di creare le forme figurative seguendo i sentimenti più elementari e
diretti, ma sostenuto dalla coscienza di ritrovare le regole più profonde della nostra
tradizione anche per le ceramiche, che pure sembrano nate da un sentimento più
meditato, quasi daltri tempi, mi pare di poter dire che si tratti piuttosto di
unaltra "materia": e perciò "differente" la tecnica,
"differente" la forma che ne nasce. Direi che se con i disegni e le acqueforti documento
in termini figurativi gli aspetti più drammatici e tragici del nostro tempo, con le
ceramiche ho di mira anche qui attento alle più severe e antiche esigenze di
bellezza della nostra tradizione mediterranea (la Grecia soprattutto) la creazione
delloggetto bello per se stesso, delloggetto che, senza rinunciare alle più
alte possibilità dellespressione figurativa, rimane nondimeno un oggetto, e
un oggetto nasce come elemento decorativo, costitutivo e rallegrante della casa,
delluomo cioè.
A dispetto della crisi che domina anche il mondo delle arti figurative, tutto il mio
lavoro vuole ritrovare con il pubblico e con la società quellaccordo che sempre è
stato un fatto naturale fra lartista e lumanità del suo tempo.
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1955
dallinvito alla mostra tenutasi presso la galleria
"Circolo di Cultura" di Bologna, dall11 Dicembre 1955 al 1 Gennaio 1956:
A guardare le cose dellarte, oggi, si ha limpressione che il
"problema" primo e unico, per un artista, non sia tanto quello di lavorare e
produrre opere, quanto quello di inquadrarsi in una "teorica" in una
"corrente estetica"; ed è tale ormai il "caos" raggiunto nel campo
delle arti figurative, che "presentarsi" per un dialogo con il pubblico,
composto, va da sé, di specialisti ed amatori, è diventato il problema dei problemi.
Ma non è "naturale", questo stato di cose, anche se è frutto del lavoro, delle
lotte, delle polemiche delle ultime tre generazioni.
Il "caos" delle estetiche e delle teoriche imperante più che mai nel mondo
delle arti figurative, che sembra destinato a perpetuare il sopravvento del "non
ordine" sulla "ragione", mi sembra fatto così innaturale, così
antistorico da suggerirmi, oggi, più che mai, la considerazione che portare il proprio
lavoro sul terreno di un dialogo sempre più impegnato con il pubblico, ma con un pubblico
sempre più vasto, possa porre anche il mondo dellarte figurativa su quel terreno
tanto più suggestivo e incoraggiante dellaccordo finalmente ritrovato fra
lartista e il pubblico, fra lartista e il popolo.
Su questo "tema", su questo fatto dellaccordo, profondamente umano, che
lartista può ritrovare con il "pubblico", con il proprio popolo, è la
base della mia scelta, la base del mio lavoro, che come ogni altro si muove da una
estetica, da una teorica.
Fare parte ed operare nel movimento realista è per me come un fatto naturale: la
"conclusione", se così si può dire, di tutta la mia formazione di artista e di
uomo.
Sono più che mai convinto che anche le più sottili insidie che possono essere
nascoste nella "natura", nella lezione della storia e della storia delle arti
figurative del proprio popolo, siano ancora poca cosa di fronte alla
"generosità" di "suggerimenti" poetici e figurativi che la natura e
la vita e i fatti più tipici della vita del nostro tempo possono offrire allartista
attento; che valgono senzaltro la spesa e il rischio dellavventura.
Da qui il mio interesse, il mio impegno di ritrovare, sia pure sul filo del rasoio del
più grande rischio, la probabilità di cogliere "figurativamente" i valori più
profondamente umani in un "ritratto", in uno scorcio di lavoro della risaia, in
un angolo tipico quanto vivo della nostra terra, delle nostre città.
Da qui il mio interesse per le arti decorative ceramica e vetro di Murano inciso
che tento di riportare, pur nel più profondo impegno espressivo, al rispetto
incondizionato della "materia" particolare ceramica o vetro -, del
"mestiere" tipico di detta materia.
Si tratta, secondo me, di ritrovare, anche per le arti decorative un punto dincontro
fra "oggetti" da creare e il "gusto" più semplice ed elementare,
tipico cioè, della maggior parte del pubblico, del popolo.
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1956
Dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la SOCIETÀ
DI CULTURA di Genova, dal 14 al 25 Gennaio 1956:
Sul proprio lavoro
A guardare le cose dellarte, oggi, si ha limpressione che per un artista
il problema primo e unico sia non tanto di lavorare e produrre opere
darte, quanto quello di inquadrarsi in una teorica, in una estetica,
ed è tale il caos raggiunto nel campo delle arti figurative, che presentarsi per
un dialogo col pubblico, composto più di semplici amatori che di specialisti, è
diventato il problema dei problemi.
Anche se è frutto del lavoro, delle lotte, delle polemiche spesso cannibalesche
per giunta delle ultime tre generazioni, questo caos di estetiche e teoriche
più che mai imperante nel nostro mondo sembra destinato a perpetuare il sopravvento del non
ordine sulla ragione: un mondo ridotto al solo problema della forma dal
quale viene escluso, in blocco, il resto dellumanità, tutto il mondo, cioè, del
lavoro!
Ma tutto questo non è certamente naturale. Tanto antistorico anzi, e inumano,
da suggerire lidea che il fatto più importante per un artista sia di riportare il
proprio lavoro sul terreno del dialogo, di un dialogo sempre più impegnato col pubblico,
e con un pubblico sempre più vasto. Non mi sembra ambizione da poco lavorare per poter
rimettere anche il mondo delle arti figurative sul terreno dellaccordo naturale fra
lartista e il pubblico, fra lartista e il popolo. Su questo tema, su questo
fatto dellaccordo tra lartista e il pubblico è la base del mio lavoro, della
mia scelta, che come ogni altra si muovono da unestetica, che è per me quella
realista.
Fare parte ed operare nel movimento realista è per me come un fatto naturale, ragione e
conclusione, se così si può dire, di tutta la mia formazione di uomo e di artista. Sono
più che mai convinto che le insidie nascoste nella natura, come nella lezione
della storia e della storia delle arti figurative del proprio popolo siano sempre poca
cosa di fronte alla generosità di suggerimenti poetici e figurativi che la natura
e la vita possono offrire allartista veramente attento. Credo che lipotesi di
cogliere figurativamente i valori più umani di un ritratto di giovane o vecchia mondina,
di contadino del Polesine, o ragazzo del Mantovano o della Sicilia, in uno scorcio di
lavoro della risaia, in un angolo tipico della nostra terra sempre così viva, delle
nostre città, dei fatti più forti del nostro tempo valga la spesa e il rischio
dellavventura, avventura magari a filo di rasoio dellarte realista.
Da qui il mio interesse e modo particolare di forma per le arti decorative ceramica
o vetro di Murano inciso che tento di riportare, col massimo impegno espressivo non
solo al rispetto elementare del mestiere tipico per ogni materia, ma anche alla
ricerca di un punto di incontro tra lartista, loggetto da creare e il gusto
più semplice e più vivo proprio della maggior parte del pubblico, del popolo: come per
larte con la maiuscola
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dal pieghevole di invito alla mostra personale presso IL CIRCOLO
DI VIA DEL POZZETTO di Padova, 20 Ottobre 5 Novembre 1956:
Il mio incontro con la Cina popolare, con il suo popolo prodigiosamente vivo, nelle
sue grandi città Pechino o Sciangai, così diverse tra loro nelle
cooperative agricole e nella terra, lavorata come un giardino senza fine, è stato e
rimane per me il fatto più singolare della mia vita di artista, di uomo di cultura:
unautentica "avventura", come mai mera capitato finora.
A Pechino, a Sciangai, nellindustriale Mukden, a Ta-tum prodigiosa per i tesori
delle sculture policrome, nelle piccole città, nei campi tra contadini così forti e
disinvolti da ricordare i nostri contadini emiliani, ho vissuto il ritmo, il colore, la
bellezza, la disinvoltura di vita di questo popolo antico e giovane insieme; e fu nel modo
più naturale e immediato che iniziai a fissare sulla carta le immagini, che sempre più
chiaramente individuavo man mano che il mio lavoro si intensificava.
Così sono nati questi paesaggi, questi angoli di città, questi ritratti.
Così è nato questo mio lavoro, felicemente, come nei momenti più ricchi e intensi, che
come artista ho vissuto qui, nella mia città di Padova, o nella risaia mantovana, o in
Sicilia, quei momenti cioè che hanno rappresentato finora le tappe fondamentali, vorrei
dire naturali, del mio lavoro.
Si ritroveranno nei paesaggi di Pechino o di Sciangai, e nei ritratti dei contadini, dei
bambini e delle giovani cinesi, segni dei miei paesaggi padovani o dei ritratti
"italiani"; ma questa specie di "arbitrio" di interpretazione è
stata, semmai, la giusta misura di partenza per dare una mia immagine della nuova e
meravigliosa Cina popolare.
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1957
dallinvito alla mostra presso la galleria "LA
CHIOCCIOLA" di Padova, 19 Ottobre 12 Novembre 1957
Con questi paesaggi di Capo dOrlando e ritratti di picciriddi o carusi,
presento il risultato di una delle più impegnative e singolari esperienze di questi
ultimi anni di lavoro.
Questo mio "incontro" con la Sicilia con questa terra prestigiosa dove il
sole sembra impastare da sé terra e persone incontro che non è avvenuto davvero a
caso o nel giro di improvvise "sensazioni" per un complesso veramente
prezioso di fattori basti pensare alla lunga storia della Sicilia non è
soltanto una nuova pagina nel mio lavoro di artista.
Questo nuovo tema della Sicilia, nel mio lavoro e impegno di artista, oltre che un
arricchimento, della mia tematica, ancora una volta, mi pare, è il segno di quel maggiore
impegno umano di cui è tessuto il mio lavoro, che è la ragione prima e ultima del mio
essere artista.
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1959
da: PAESAGGI e volti di Comacchio disegnati da Tono Zancanaro:
dal 7 al 17 dicembre 1959 (...). s.l. , s.n. (Ferrara, Ind. Grafiche, 1959)
Conoscevo e ricordavo Comacchio come si conosce e ricorda una cosa singolare un fatto
singolare sbalorditivo, che, un giorno altrettanto singolare, passò davanti ai nostri
occhi per dileguarsi con la fulmineità di un sogno.
Ricordavo Comacchio come abbracciata, come pressata da un mare senza fine che per
chilometri e chilometri lambiva la strada da Ferrara, bianca e accecante di sole.
Una stupefacente corona di casupole, antichi muri istoriati in cotto dalle vicende
secolari degli uomini, e canali fermi della periferia brulicanti di rottami di barche
abbandonate, qua e là da tempo immemorabile, a voler dar retta al loro colore.
Allora, come in tutto il Paese, imperava il testone, sì che la miseria endemica, e che
sapevo proverbiale, di Comacchio pareva avere trovato in quella corona di casupole e
canali scuri di rottami una cornice precisa, emblematica. Se l'apparizione violenta di
muri antichi e detriti di vita senza fine - le barche semisommerse nell'acque stagnanti
dei canali di periferia - dava quest'immagine d'inverosimile miseria, di incredibile
abbandono, tutta la città, o piuttosto i suoi ponti veneziani, pareva il luogo di ritrovo
di una fantastica casa di riposo. Giovani, uomini maturi, vecchi, senza parere, sembravano
preoccupati di punteggiare con il loro stato d'inedia, con la loro disoccupazione, tutta
la città; e stabilirne così il colore più preciso: un'atmosfera ferocemente pigra
contro cui il sole generoso ed esaltante - il sole della pianura ferrarese - niente poteva
se non che accrescere ed intensificare l'immagine su queste casupole di cotto rosso, su
questi canali di periferia ridotta a museo dalla miseria endemica.
Comacchio, la città, si alzava con le sue torri di cotto di un rosso prodigioso, severo e
antico.
Non esisteva nella mia memoria immagine più singolare e drammatica paragonabile a quella
inconfondibile, quasi assurda, lasciatami in una puntata di poche ore, da Comacchio.
Avevo rifatto simile visita bruciante, e per l'identica durata, nel primo dopoguerra. Ma
si trattava ancora di una rievocazione quasi irreale - certo sempre assurda - un ricordo
quasi da città morta; un museo, a dire il vero, in chiave di disperazione, accentuata se
mai dal suo silenzio, il silenzio di Comacchio arsa dal sole, dalla salsedine,
dall'immobilità.
Ora ritornavo per conoscere realmente dentro le sue pieghe più vere e precise questa mia
Comacchio.
M'aggiravo a caso per i vicoli della periferia, ora totalmente mutata, almeno nella sua
fisionomia esteriore.
Il mare, le valli sparite con la bonifica; una fitta sequenza di case popolari, nascondono
la corona di casupole, i canali fermi e la sua fauna di barche abbandonate.
Tornavo naturalmente per scoprire gli abitanti della città da lungo tempo entrata nella
mia memoria e, fin dal primo sguardo, capivo che i nuovi tempi, i nuovi padroni poco
avevano mutato: a Comacchio non aveva ancora, neppure in fase iniziale, preso movimento un
ritmo di vita finalmente civile.
Fu così che lungo la riva di un canale di periferia mi scontrai con una squadra, una
banda di ragazzini di 10-12 anni di età. Fu così che il colore di Comacchio, il colore
della sua inedita bellezza si personificò in una squadra di piccoli carusi. Fu così che
quanto ormai conoscevo di Comacchio, città e razza proverbiale anche nell'ambito della
sua terra ferrarese, prese forma chiara, precisa nel volto dei suoi piccoli carusi.
Prese forma quella realtà che nella mia memoria, nella fantasia e coscienza, era
giustamente affiorata attraverso la visione dei palazzi antichi, dei canali, ponti
veneziani dal colore di cotto antico, dalla severa struttura che fa pensare agli etruschi.
Una città, una terra che nel giro dei millenni, è stata testimone e partecipe di storie
immemorabili.
Devo aggiungere infine, a mo' di giusta conclusione, che questa mia Comacchio fatta di
paesaggi e, soprattutto, dei volti dei suoi carusi, è piuttosto un tentativo, un abbozzo
sommario di ritratto, di una città che la mia coscienza di uomo-artista mi ha
irresistibilmente sospinto a trasferire sulla carta.
Altrettanto giusta mi sembra la mia scelta: il volto dei bambini come la misura tipica di
un popolo. E se larte è, come penso, mezzo infallibile di conoscenza del vero, sul
volto di questi carusi di Comacchio ho certamente fermato il fantasma che di questa
antica, misteriosa città portavo con me da tanti anni.
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1962
dal pieghevole di invito alla mostra tenutasi presso la galleria
del Gruppo ENNE, a Padova, dal 7 al 22 Aprile 1962
Non basta, evidentemente, lo stridulo dimenarsi dei corifei del peggio; dei paladini
della catastrofe programmatica e sempre incombente come matrice e immagine del nostro
tempo, per far sparire dalla terra, dai nostri occhi, dal nostro sentimento del tempo, e
della storia delluomo, la presenza del sole; dellidea solare della vita; che
è pensiero tipicamente mediterraneo; carico di esaltante futuro. Come è proprio della
vita autentica.
Luomo, la figura umana è un bene abbastanza prezioso, ora come per il passato, da
giustificare anche le più azzardate, e controcorrente diciamo, battaglie.
Luomo, nella sua concretezza, come la vita, rimane lipotesi più certa, più
suggestiva, comunque. E larco della mia vita di artista che comprende ormai
un bel mucchietto di anni di lavoro è un punto fermo, prezioso e cristallino di
questo credo estetico, tuttaltro che ingeneroso, del resto.
E Brunalba, frutto succoso e stupendo, e tema di questa mia nuova personale padovana, e,
posso dire, con tutta serenità e certezza, la contro prova più chiara, del mio credo
estetico e di uomo che avrei potuto portare.
Brunalba, donna giovane e splendida, che è come limmagine della vita stessa
giovinezza insieme e sole splendido pieno ritrovata come per incanto sulla tela, è
nata, gioco prezioso del caso, nella pagina bianca e infinita del mare di Punta Nord: la
più indicata forse per le grandi operazioni della fantasia.
Una parola cè da dire, ovvia forse, a proposito di questa mia personale nella
"Galleria del Gruppo Enne" del gruppo di giovani astrattisti padovani. Si può
dire con tutta franchezza che si tratta, semmai, di un incontro, sul terreno, pure dei
contrasti, di cultura tipicamente civile sul terreno della buona discussione, e del
dialogo contrastato, se vogliamo, ma positivo, e ne è venuta lospitalità di
un artista addirittura neo-classico nella sede più settaria, in apparenza,
pensabile.
È, semmai, il buon segno che lera dei cannibalismi bianchi sta proprio per sparire.
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dal pieghevole di invito per la mostra tenutasi presso la
Galleria dArte LA CHIOCCIOLA di Padova, dal 30 Maggio al 14 Giugno 1962
L'uomo, questo baldo capitale del nostro tempo, così preoccupato a dimostrare a sé
stesso che senza "sciagure" senza "angoscie apocalittiche", religiose
o metafisiche nemmeno ci può essere gusto a vivere. Vero sogno rovesciato, pur che
sublime sia la sofferenza, soffrire sembra il motto più caro a certa umanità del nostro
tempo.
Pianto e disperazione!
E il sole chi lo vede più, quando si concentra in se stesso questo moderno campione di
menagramo? Bene: ma è nel vero davvero questo baldo campione di menagramo così di moda
in questi giorni definiti informali, vegetali ecc. ecc.?
E comporterebbe il solo gioco, allora si onesto, di dover puntare decisi su un bel
finimondo pieno di angoscie variamente modulate?
Se non "numeroso" purtroppo questo mondo esiste, e molto rumoroso: chè la
discrezione pare non debba essere la virtù principale dei moribondi perpetui.
Ma noi pensiamo che l'umanità può scegliere, eccome, altre prospettive tanto più
invitanti. Come quella, mettiamo, di puntellarlo (ognuno come meglio può) questo povero
mondo. E puntellarlo per la strada che abbia il colore e la salute del sole, e magari del
nostro sole mediterraneo. Che ha visto alimentato e accompagnato più di un bel cielo di
saluberrima umanità, e un consolante deposito di opere invitanti alla vita. Come del
resto mai si è stancato di fare l'uomo di tutti i tempi. A ciò che muore, diciamo
allora, contrapporre la mozartiana prospettiva della salute, detta pure
"felicità".
Dando del nostro tempo la immagine più solare possibile. E non tanto perché la salute e
il sole siano più simpatici del pianto angosciato e ininterrotto, quanto perché nel
nostro tempo, come in ogni altro della storia dell'uomo, alla cronaca delle cose si può
agevolmente contrapporre la storia delle cose cariche di futuro.
Con questo "sentimento" della vita, ogni occasione è stata ed è per me un buon
pretesto per puntellare in qualche modo la nostra traballante vitarella, puntellarla con
il mio lavoro di pittore, si intende, come illustrare un bel libro; o la mia città; o
qualche tema che la vita così generosamente ci propone.
E darne l'angolo più vero più bello dove la realtà, che è verità, ce lo consente in
termini magari solari, limpidi come un bel mattino di primavera, e al mare per giunta.
E credere che la storia, la nostra storia di uomini ci può fornire in modo generoso tutte
le buone regole tecniche e formali per le più azzardate e nuove operazioni estetiche.
Prestare il nostro "vestito" (la forma) ai fatti, alle storie di altri tempi; di
tutti i tempi: un libro; un tema, che sarà come ricavare e ritrovare la nostra più
precisa storia, di oggi e di domani.
Così in tanti anni e senza parere, ho già accumulato un bel panorama di illustrazioni:
il Verga; il Belli dei sonetti romaneschi; il Tasso, le poesie popolari e partigiane di
Meneghetti, il Satiricon di Petronio, "Padova duemila anni dopo " dal testo di
Valeri, "Poesie di Valeri", il Bertoldo e Bertoldino del Croce; la guerra delle
salamandre di Capek, e qualche canto della "Divina Commedia.
E poi come "storie" mie, le inesauribili illustrazioni della mia città: la
Padova dei portici e del Pra; o come storia del ventennio, scritta con segni e
tratti anziché parole, la storia dei sogni del Gibbo satira mussoliniana del ventennio. E
infine qualcosa come un poemetto da Casa lunare che ha per titolo " Brunalba a Punta
Nord" storia figurata che ha già raggiunto una sua precisa fisionomia.
L'Editore Neri Pozza sta preparando su questo tema una cartella da amatori di 6 litografie
giusto dal titolo Brunalba a Punta Nord.
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1963
da: IL GIBBO. Vicenza, Pozza, 1963
Erano gli anni più neri della mascherata fascista; l'Abissinia prima, la Repubblica
spagnola subito dopo.
Il testone romagnolo sembra davvero mandato dalla Divina Provvidenza, proprio a noi
italiani, per mettere a posto il mondo.
Gibbo, che non sbagliava mai, Gibbo, che aveva sempre ragione; che era tutti noi, Padre e
Madre della Patria.
E la canaglia nostrana a gonfiarlo senza fine. La patriottarda canaglia, diciamo,
sottobanco aiutata e sostenuta dalla consimile gente di tutto il mondo. (Il gorilla
teutonico era, tutt'al più, un concorrente di una specie anche più tetra).
Sembrava che il cielo stesso fosse preoccupato di far piovere sul grosso testone del gibbo
romagnolo le più incredibili e inverosimili patacche e onorificenze.
Non c'è stato residuato reale e imperiale di tutto il mondo, con alla testa la brava
chiesa (quanta acqua benedetta e santa è stata propiziatoriamente rovesciata sul testone
del Gibbo e su tutti i massacri perpetrati nel ventennio (Abissinia, Spagna) che non abbia
voluto impataccare di qualcosa il nostro gibbone; e lui, il Gibbo della divina, a pomparsi
in proporzione, ad ancheggiare pettoruto, a rovesciare occhi di fuoco, e paroloni senza
fine, dal fatidico balcone.
Una perla tra le infinite donate al nostro paese dai venti anni di carnevale nero: le
belle e baldanzose migliaia di preti più che qualificati, sfilanti nel mediterraneo
saluto romano, il braccio alzato verso il finestrone. Benedicenti e salutanti, salutati e
protetti - tutti in uno - dal Gibbone.
Il testone pareva proprio il personaggio simbolo, squisitamente italiano, diciamo
dell'italietta, per l'occasione pure imperiale.
A tanta sbrodolatura latina bisognava trovare un nome che servisse da alibi; un vero nome,
veramente suo.
E Gibbo, come forma e come "suono" arrivò giusto giusto, a cavallo di una
pellicola di J. Ford, che nel "Traditore" presentò un "gibbo" che
pareva tagliato sulla misura del testone romagnolo (a dire il vero il gorilla rumoroso di
J. Ford era un povero ubriacone, solo occasionalmente nero e protervo, che gonfiava e
definiva se stesso solo quando si ubriacava).
C'è da dire due parole, finalmente, sulla "italianità" del Gibbo, e del
Gibbonismo, che è come dire della casalinga qualità del fascismo (fenomeno europeo e
mondiale, va da sé, e tuttavia ...) come era tipicamente teutonica la grinta del gorilla
nazista, e come altre grinte razziste - come il sanguinario neo toro di cartone -
potrebbero richiamare a echi gibboneschi (il vario ganghesterismo d'oltre oceano pare
essere una miniera più tetra e generosa della stessa nazista), e tuttavia l'aria, la
grinta e il quintalone sbrodoloso del Gibbo aveva ed è il calore, e vestito, che
l'italietta patriottarda e filistea gli ha messo su, a nostro scorno, in tanti anni di
savoiarda e orbopoetica aspirazione alla Nazione "che fa paura al mondo!". Quel
certo amore per le parolone, per il gesto gagliardo, gli occhi sempre fissi in quelli del
nemico ...
E Dio con lui!
Gibbo, il Gibbone che vede sente e pensa con le spalle; il Gibbone della cronica del
ventennio è una perla tipicamente nostrana.
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1968
dal catalogo per la mostra alla Galleria LA ROBINIA di Palermo,
dal 21 Novembre al 4 Dicembre 1968
Ancora una personale a Palermo, che, con la prima a Catania nel lontano 1954 e quelle
di Messina, Capo d'Orlando, Enna; alle numerose fatte a Palermo fa senz'altro un bel
mucchio di anni di attività che io chiamo siciliana.
Potrei aggiungere che un altro tema nettamente siciliano fa parte ormai del mio
lavoro di artista. Il mare siciliano da quello di Capo d'Orlando, che già mi aveva dato i
suoi "carusi", a quello di Selinunte con le sue prestigiose "rovine" e
sculture; e l'isola di Mozia, finalmente, che, con Selinunte dà quasi una più precisa
fisionomia, oltre che al mio lavoro, a questa stessa mostra.
Tutto questo comunque, sarebbe ancora una questione di "particolari", di fatti
contingenti. Per me artista del Nord la nota veramente importante di questa mia personale
a la Robinia consiste nella coscienza che ho di continuare un'operazione che promette
frutti senz'altro importanti. Cosa da poco? Non credo; e con me avrò sicuramente più di
un siciliano di quelli che contano, e più di un palermitano idem.
All'opposto di ciò che hanno fatto e che purtroppo continuano a fare tanti artisti
siciliani, e fra le personalità più forti dell'arte italiana, che, si può dire,
scappano dalla Sicilia per andare a Milano o a Roma, e farsi integrare dalla cultura e dal
costume della nordica borghesia "con questa personale a la Robinia intendo fare
l'opposta operazione: da buon artista del Nord; sentirmi e vivere da siciliano in
Sicilia" che considero una delle carte più importanti nel rapporto concreto
soprattutto con Palermo ed il suo mondo artistico, con la Sicilia in realtà.
Operazione per più versi azzardata?
E perché non credere in un nuovo umanesimo che pure per le nostre generazioni ci deve e
può essere?
La sua natura la sua storia prestigiosa, la sua umanità fra le più vive e comunicative
che io abbia incontrato, fanno della Sicilia una pagina fondamentale della mia qualità di
artista e di uomo di cultura del Nord.
Circa due secoli fa del resto, un certo poeta tedesco autore di un libretto che va sotto
il nome di Faust, non ha scritto e detto che per capire l'Italia e gli italiani bisogna
cominciare dalla Sicilia? Non è esempio e indicazione da poco, mi pare; e non solo per
me.
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dal catalogo per la mostro delle opere di piccolo formato presso
la galleria dArte PRO PADOVA, dal 7 al 24 Dicembre 1968
Le buone occasioni, si sa, aiutano a mettere a fuoco le idee più preziose. E questa
offertami dallamico Marzola, di una piccola personale di piccoli "dipinti"
mi è parsa proprio da prendere subito al volo.
Fare "grande", "grando", come si dice da noi, ha la sua importanza
(Michelangelo! La Cappella Sistina leva il fiato!). Ma è altrettanto vero che una buona
idea, musicale, poetica o pittorica, non può avere le gambe corte più di tanto.
Le idee, quelle autentiche, "le idee idee", (così come il sentimento
"lirico" delle cose) forse che camminano come gli ometti sulle gambe?
Dato per chiarito, allora, che è questione di "respiro", di senso della
proporzione ecc. ecc, viene naturale dire che due segni e un tocco anche lievissimo
di un Francesco Guardi, mettiamo sono spesso più che sufficienti a dare tale senso
"poetico, musicale, pittorico" delle cose, della realtà o della natura, da
levare, - si può ancora dire? il fiato.
Per tutto questo mi è caro presentarmi in veste di giocatore in piccolo della mia Padova,
dei Pra, di Via S. Eufemia ecc., ecc., e di Piazza Navona e di tutto quel mondo
giustamente figurativo, esaltante cioè la natura o la vita se volete che a
sua volta, ed è giusto che sia così, le fa la fastosa barocca vivissima cornice.
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1972
da: Tono Zancanaro: Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 17 dicembre
1972 - 4 febbraio 1973. s.l. , s.n. (Cento, Siaca), 1972
Quarant'anni abbondanti di lavoro. Un volume di opere che dovrebbe presentarsi da sé. E
tuttavia ...
Dirò allora che questa specie di nota esplicativa la scrivo per gli amici del mio lavoro;
che sono proprio parecchi, e delle più disparate estrazioni sociali, e direi senz'altro
che posso contare amici in tutti e cinque i continenti !
Per non dire del mio paese, l'Italia diciamo, ecco un piccolo episodio abbastanza
emblematico lo racconterò.
Nel 1953 o '54 non ricordo bene, dalla Malesia scrissero ad un ufficio appropriato di Roma
per avere due mie acqueforti sul tema delle mondine.
È proprio una strana storia questa di Tono che dall'età di 25/26 anni decide di
diventare pittore essendo stato fino allora del tutto "estraneo ai lavori".
Che a 23/24 anni, portatovi da cause totalmente esteriori comincia a "sentire"
un certo interesse per l'arte classica, anzi: per quella fiorentina del 15° e 16°
secolo. Con particolare attenzione per Botticelli e per il suo "timbro
patetico".
Niente altro che una generica passione. "Violenta" magari, ma fine a se stessa.
Allora ero impiegato di banca, come prima ero stato fabbro meccanico nell'officina di mio
padre, e prima ancora sportivo atleta. Ma sempre e comunque per la medesima ragione in
qualche modo il tempo doveva passare. (Come del tutto passivamente ero passato dalle
scuole comuni a una di artigianato artistico. Col monotono risultato di un bel zero via
zero = zero).
Non avevo "attitudini" naturali proprio per niente, figuriamoci per la
pittura!!! Ma lavoravo sul "perché".
Nell'ambiente bancario intanto portavo avanti con certo accanimento lo "studio della
gente", l'umanità così varia del mondo che nella banca aveva il proprio santuario.
Allora? Dall'età di 5/6 anni, se non prima (perché di curiosità credo di essere nato
carico) era cominciato il mio vero lavoro. Qualcosa come mania vera e propria. Con
accanimento cercavo di capire che rapporto "correva" fra le parole che "le
persone" dicevano e i fatti che ne seguivano.
Quanto materiale umano è passato davanti e sotto i miei occhi attenti, di bambino,
ragazzo adolescente, giovanotto e infine uomo? Non sapevo, allora che tipo di lavoro
portavo avanti; "dentro di me si capisce". Perché di una sola cosa non
perdevo mai la vista: il perché della mia vita e della vita dell'umanità. Dovevo,
questo si, cascare pure sui libri scritti.
Accumulato quel "pastone" completo e ricchissimo di umanità, e di "verità"
che all'età di 23/24 anni mi porterà a contatto dei primi libri (fin allora ero stato il
classico analfabeta che aveva fatto un minimo di scuole). Proprio in banca incontrai due
fratelli che leggevano libri, si interessavano di musica classica e di pittura moderna! E
così la duplice malattia si combinò comunque a mio vantaggio. Fatto non del tutto
curioso, i primi libri da me ricercati furono "Litografie di Grandi" i vincitori
della vita, così incappai nel Foscolo, vita tumultuosa, poeta e grande letterato. Entrai
così a "contatto" del fatto "formale" poetico,
"dell'espressione". Una bella sorpresa la vita che diventa poesia. Il
"fatterello" senza parere mi iniettò l'interesse per "la parola
scritta".
Un secondo libretto - decisivo addirittura - fu un poemino grafico di "certo"
Francesco Rabelais, medico e grande "umanista" . "Gargantua e
Pantagruel" mi suggerì niente meno di scrivere la mia autobiografia, storia mia e
del mio clan come "partenza", come cornice a una storia, ovviamente satira del
nostro tempo, solo che appena messomi al lavoro di ricerca "biografica" subito
capii quanto e come ero negato alla disciplina letteraria; e dello scrittore, poi!
Dovevo continuare a tenermi per me il mio carico, il mio pastone di umanità! Infatti,
giusto in quegli anni accadde per me l'incontro decisivo: avevo un nipotino di 3/4 anni e
mezzo fiorentino e viveva a Firenze (diventerà il pittore Renzo Bussotti - fratello di
quel Silvano Bussotti, il musicista col quale espongo proprio in questa antologica un
lavoro in collaborazione). Questo bambino e la sua Firenze è stato il veicolo che mi
porterà ad interessarmi materialmente della pittura, cioè dei Musei.
Il Renzo Bussotti da come cominciò a fare i primi passi, così cominciò col gesso a
tirare i primi segni, sgorbi, strisci. Prima per terra, poi sui muri, poi su tutti i
pezzetti di carta che gli capitavano fra le mani. E io a procurargli il
"materiale" perché desse sfogo alla sua passione. Lui avrebbe fatto della
sua vita ciò che io non potevo fare. Per aiutarlo e per "incontrarlo" diciamo
(l'amicizia allora di che vivrebbe?) mi diedi a tirare segni pure io; a fare, diciamo,
soprattutto "grotteschi" o giù di lì, non dovevo accontentare un palato
sottile e io nella testa ero molto più maturo, più ricco di lui. Un anno di vita vuota
del bancario e ore su ore a disegnare, anche con le matite colorate (e i primi
"raggi" o fogli sono documentati nella mostra).
Una cosa capivo, quando tiravo segni o colori, quando avevo davanti a me una delle opere
per cui andavo sempre più matto e nei musei fiorentini mi pareva che forse più della
filosofia, avevo pure scoperto Socrate e la poesia, Leopardi con la sua poesia che allora
mi pareva "funeraria", la pittura, il segno mi facevano capire di più, meglio,
il segreto più profondo della vita e della natura. E il disegnare diventò una ragione di
vita. E comperai i primi colori a olio e proprio nei giorni che la banca falliva,
lasciandomi così totalmente libero (riprenderò la vita del meccanico, ma era altra cosa,
un fatto molto più umano).
Pure non avendo mai conosciuto o visto un pittore moderno al lavoro approdai nella pittura
vera, entrai nella prima collettiva (Venezia 1933).
Alternai ancora per qualche anno il lavoro di meccanico a quello del pittore sempre
comunque da non "addetto ai lavori".
Come per il proibitissimo e tacito e caro frutto proibito è forse questione di essere
d'accordo o no quando la vita ha toccato la giusta età? Nella pittura, dirò, avevo
"fatto su" un certo "mestiere", e la vita, e la natura erano forse
esaurite in me? È stato così che entrai nello studio di Ottone Rosai che per infinite
ragioni più una avevo eletto a mio maestro.
Fatto non meno strano, dal momento che avevo visto "come" si dipinge e come si
"disegna" ho subito smesso di dipingere buttandomi a corpo morto nel disegno.
Nel disegno nelle sue innumerevoli nature e possibilità che via via mi veniva di
scoprire, ossia di inventare.
La verità vera è questa che il nero su bianco combaciava meglio con la mia natura
di "moralista".
Non volevo fare il "ritratto" della società del mio tempo dominata dal nero e
più turpe fascismo.
Tuttavia dovrò spendere altri anni per arrivare al possesso vero e proprio dell'arte.
Per sentire di essere diventato davvero pittore (forse la grafia non fa parte della
pittura?). Un operaio della mia arte, questo dovevo diventare, questo fatto mi fu chiaro
nel 1942 (36 anni di età) con la "nascita" del Gibbo e delle mie prime
acqueforti. Mi accorsi con particolare soddisfazione che potevo lavorare - come
naturalmente ho fatto - 8 o 14 ore tutti i giorni e settimane e mesi.
Mi sentivo dentro ai lavori.
Col Gibbo, poi, avevo capito che la mia mentalità di lavorare solo su temi di
piene proporzioni non era dei tutto sbagliata al tema delle strade padovane: il portico, e
del Pra della Valle con le sue statue eroiche e la sera il sottoproletariato
come contorno. Il ciclo dei Gibbo durerà anni addirittura, "creperà" al giusto
momento con la fine del testone.
Al Gibbo non seguirà subito nel dopoguerra la demo - cristo - preteria. Altri anni di
lavoro! E nel '47/50 col Satyricon e Levana, diciamo la mia prima sintesi eros -
donna. E, parallela al tema "risaia" con il tragico incidente dell'alluvione che
pure durerà anni; e la Sicilia con i suoi "carusi" prima e
"Selinunte" con tutti gli agganci e arricchimenti di vita che la intersecano o
arricchiscono.
Con l'attuale approdo dei "palagonesi" e "meletici mostri" del nostro
tempo.
Devo pure aggiungere due parole sul lato più scottante dell'argomento pittura. Non mi
sono mai sentito legato se non per un breve e balordo tempo al mondo professionale o
polemico dell'arte e della società artistica dei miei tempi. Per poter dire sempre meglio
e sempre più compiutamente il mio amore per la vita, per l'umanità ho
"imparato" ad incidere lastre, vetri di Murano, a fare ceramiche, a tirare
lastre litografiche che mi rimetteranno nel terreno vero e proprio della pittura con i
colori, e ultima preziosa fatica il mosaico e l'arazzo.
Sono stato e sono, si capisce, estraneo ai giochi dei clan, gruppi, estetiche, giri di
mercato. Ma mai ho dubitato che se il gioco doveva costare la proverbiale candela consista
e consiste nella fiducia verso l'uomo e me stesso nel vivo della vita e della storia
dell'uomo e dell'umanità. Essere magari l'ultimo anello, ma della catena che tiene legata
l'umanità che io chiamo umana. Questa è stata ed è la mia resistenza di uomo prima di
tutto, di artista infine. Forte come credo di essere per avere affondato le mie radici nel
mondo ellenico, ultimo e primo approdo che non esclude davvero la grande civiltà e terra
cinese, il nostro rinascimento, la recente storia dell'umanità che lotta per l'uomo
figlio e padrone della ragione.
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1973
dal catalogo per la mostra presso la Galleria dArte
Moderna di Teramo, 24 Maggio 8 Giugno 1973
Non è certo per l'ipotesi di essere frainteso che mi suggerisce l'idea a proposito
di questa mia prima e molto impegnativa personale a Teramo di presentarmi esclusivamente
con le opere e un succinto profilo biografico, si capisce, della mia vita di artista.
Sarebbe sicuramente un primo passo per ripulire il terreno dal ciarpame dei gerghi a uso
delle anime belle e soprattutto del più truffaldino mercato che mai abbia imperversato
nel mondo delle arti figurative. Il quale mercato, legato a doppio mandato ai suddetti
"misteriosissimi gerghi", sembra finalmente arrivato al sordo invalicabile muro
oltre il quale c'è, e tutto nero, il vuoto più vuoto che mai mente umana sia stata
capace di immaginare a scorno dell'uomo e della sua, questa si prodigiosa, storia!
Così, dirò, del mio lavoro di artista: che il solo vero problema che mi si affacci alla
ragione fin dai primi passi è stato ed è tuttora questo: che il problema del "come
dipingere" è un falso problema. Come lo sarebbe per il fornaio, per il quale le
regole del mestiere e della tecnica sono implicite nella scelta della
"professione", dell'arte stessa diciamo.
Ciò che conta è avere qualcosa da dire; quanto al come, ogni artista lo ritroverà
senz'altro; come sempre è capitato per chi ha scelto con ragione la
"professione" del pittore, scultore, ecc.
Dire piuttosto della vita; della storia - la nostra storia, la nostra vita - per essere
capiti e riconosciuti dal più alto numero possibile di propri simili. E come cornice,
tutt'altro che ingenerosa, la natura; quella natura che sarà sempre e comunque la prima
sorgente e "maestra" della nostra vita; di ogni nostra attività artistica,
scientifica o artigianale!
Si sa: la vita e tutt'altro che rosea, tutt'altro che di soli fiori. Ci sono i
"mostri": che non sono pochi e, ogni giorno più orrendi, duri da morire. Ma
c'è pure il sole, c'è la nostra vita con il sole e quella primavera che ad ascoltarla
bene sentiamo che è sempre presente in noi.
Quante "crisi" e catastrofiche e definitive ha superato l'uomo, l'arte, gli
artisti? Diciamo; dai tempi dei marmorari pugliesi - che nei Nicola e Giovanni Pisano
hanno avuto i primi due grandi "soli" e su su giorno via giorno si potrebbe dire
- ma sempre con la chiara coscienza e conferma che la vita è avventura da affrontare e
portare avanti con cuore generoso: con l'occhio chiaro di chi sa vedere il sole anche nel
buio più nero delle truffe del nostro tempo; con la ragione su tutto.
Tutto il mio lavoro di artista posso dire con animo sereno, è volto a ritrovare, nei
giorni in cui vivo, il segno perenne della più vivida primavera, per me e per l'umanità
che mi somiglia.
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da: Tono Zancanaro: mostra antologica: 1931 - 1973. Nuovi
Sentieri, Belluno, 1973
Una ventina d'anni fa, grazie ad una iniziativa di Augusto Murer, Falcade ha vissuto
una stagione d'arte e di cultura non solo singolare, ma di tale proporzione e severità di
valori come raramente capita di vivere nei grandi centri: mostre d'arte a livello
nazionale accompagnate da conferenze-dibattiti pubblici sui problemi più attuali
dell'arte in rapporto alla società e alla vita del nostro tempo.
Ernesto Treccani e Ampelio Tettamanti, il sottoscritto Tono Zancanaro e l'Augusto Murer,
ovviamente; e altri. Fu davvero una rara stagione!
Come artista e come uomo di cultura non solo non ho mai dimenticato quel tempo così vivo,
intenso, umanamente fruttuoso, ma oggi sono qui a testimoniare nello studio dell'amico
fraterno Augusto Murer, come quella lontana stagione del 1955 rappresenti la strada mia
più vera. Nel mio lavoro d'artista ho sempre seguito l'impostazione di quei giorni:
animare manifestazioni popolari di cultura, di vita, di umanità. Come allora tale è il
mio lavoro e il mio modo di stabilire un rapporto vivo con l'umanità, con la società ed
il mondo artistico contemporaneo.
È pure vero, e ne prendiamo serenamente atto, come segno di salute se non altro, che dopo
quella stagione il mondo dell'arte ha subito l'assalto della canea esistenziale: un enorme
brodaccio di disperazione per anime belle! L'esperienza di quell'estate non si è più
ripetuta, almeno per il sottoscritto.
Ho ora l'occasione, proprio in questa casa-studio di Augusto Murer scultore di un'arte
umanissima, di ripresentarmi con un arco di lavoro non solo tanto più ampio (quasi
vent'anni di accanita attività), ma più completo, in quanto le opere esposte abbracciano
un periodo di tempo tale da rendere possibile un profilo sicuro della mia vita d'artista,
giusto per poter dimostrare e dare ragione del mio impegno e del mio primo e più che
attuale problema: lo stesso di venti o quarant'anni fa.
La ragione che mi muove al mio lavoro d'artista è un'idea assolutamente umana, sociale
per dirla con chi la parla più semplice e vera. Solo nella misura o nel vivo rapporto che
il mio lavoro sa intrecciare con la società del mio tempo, e con i suoi uomini, trovo il
vero appagamento, la vera ragione di tutto il mio faticare di uomo e artista.
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1974
da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile -
20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974)(da: Mostra
antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte
moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974
Giusto un anno fa, con l'occasione della Mostra antologica al Palazzo dei Diamanti di
Ferrara, è stato possibile per me effettuare un bilancio di quarant'anni abbondanti di
attività.
Quarant'anni di lavoro accanito, spesso senza respiro a seconda delle circostanze esterne,
e particolarmente duro nel triste periodo del brigantaggio nero.
Ora è la volta di un'antologica a Palermo!
Sulle apparenze può dominare una sfumatura: a Ferrara facevo il punto sul mio passato,
qui a Palermo credo di mettere il punto sul mio futuro di artista.
Anche nella storia della mia evoluzione queste due città occupano spazi differenti.
Ricordo ancora il giorno in cui, per la prima volta a Ferrara, capitai in una strada
popolare sotto il sole bruciante e fermo di un mattino d'estate. Ebbi una intuizione: mai
come in quel momento ho avuto chiara e fortissima la sensazione che l'artista è tanto
più grande quanto più assume e si confonde con la fisionomia, con il volto del proprio
popolo, con le case e con le opere della propria gente. Schifanoia e il Museo di Spina,
Palazzo dei Diamanti, la Marfisa etc.: tutti gioielli unici e singolari che mi hanno
educato al gusto più sottile.
Il mio primo incontro con la Sicilia risale, invece, alla primavera del 1938. E la prima
incredibile sensazione mi fu destata dal viaggio in treno da Messina a Palermo. Compresi
in quelle poche ore il segreto di luce, di mare, di terra, in quel mescolarsi aspro e
forte degli elementi. E l'approfondirsi dell'incontro trovò le sue tappe nello
"studio" del Museo Selinunteo di Palermo e nei successivi viaggi (quanti? Tanto
numerosi da non ricordare singolarmente, da potere dire di essere anch'io figlio di questa
terra.).
Siracusa, Palazzolo Acreide, Acireale, Noto, Agrigento e poi Capo d'Orlando, Sciacca,
Porto Paio, Mozia e soprattutto Selinunte, più cara a me fra tutti gli altri luoghi. E
ovunque Carusi e gente di mare nel cui vivo rapporto scoprivo giorno per giorno la matrice
umana dell'antica arte selinuntea.
Capii che quì la gente "pesca" tanto più in là dei propri anni e affonda
radici profonde in epoche di certezze antiche. In questo ho, così, scavato con lavoro
incessante e difficile, percorrendo questa terra in tutte le direzioni possibili,
"interrogando" la gente per ritrovare in me stesso la misura più giusta di
artista.
Per questa via ho potuto carpire il segreto più profondo della vita: ritrovare l'essenza
che c'è dentro ciascuno di noi.
Questo il dono meraviglioso che il volto selinunteo della Sicilia con la sua ricchezza di
umanità e di storia mi ha fatto.
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1976
da: MOSTRA antologica del maestro Tono Zancanaro: Comune di
Certaldo, Palazzo Pretorio: Certaldo, 18 dicembre 1976 - 18 gennaio 1977. s.l. , s.n.,
(Poggibonsi, TAP Grafiche), 1976
In questa antologica di Certaldo presento = se non tutto ovvio = buona parte
del lavoro fatto in 45 abbondanti anni di vita di artista = e dovrei come consuetudine
accompagnarla con qualche parola di presentazione critica o autocritica come si dice.
Una volta tanto in luogo di detta = quasi sacramentale autopresentazione scriverò un bel
saluto = proprio così un buon saluto agli amici di Certaldo che mi hanno dato l'occasione
di questa personale molto, impegnativa, e in Certaldo antica: che per me, (posso dirlo?)
buon patito di Boccaccio e della sua opera, aggiunge nota impagabile nel quadro già
abbastanza rilevante di bellezza ecc. ecc.
E sarà bene se preciso che così ancora una volta confermo quel mio costume di artista
che in pressoché tutta la sua attività ha sempre cercato, nella misura del
possibile, la cornice più semplice, e diciamo senz'altro più popolare.
Quella cornice, e quel pubblico, che sento più congeniale alla mia mentalità di uomo e
di artista.
Oltretutto molto più di un anno che a Certaldo sono come di casa.
E, come segno di augurio, che la "provincia" continui a camminare in avanti =
come fa un po' in tutto il paese = aiutata ormai da tempi veramente nuovi.
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1978
da: TONO Zancanaro: cinquant'anni di attivita' artistica:
Padova, Palazzo della Ragione, aprile - giugno 1978. Electa, Milano, 1978
Questa mia antologica sembra nata spontaneamente, come fatto naturale, a conclusione
di quasi mezzo secolo di lavoro e intensa attività artistica: quarant'anni abbondanti di
accaniti "vagabondaggi", mostre personali spesso accompagnate da dibattiti di
varia natura culturale, e anche "politica", si capisce; certo, con Padova come
costante residenza, e sede della mia prima attività artistica.
Come dati di cronaca: da New York nel 1947 (mostra internazionale surrealistica) a Pechino
e via via a Shangai e altre città della Cina e a Mosca, a Leningrado: un po' in tutto il
mondo, opere mie di grafica sono state esposte a più riprese. Ma - e questo è fatto per
me più importante - non c'è angolo abbastanza vivo del nostro paese, da Trieste a Torino
a Genova, Firenze, Roma e giù giù fino a Selinunte, punta estrema della Sicilia, che non
mi abbia visto al lavoro o avuto come ospite, e non possegga qualche mia opera,
soprattutto in bianco e nero, come dire un angolo o una strada di Padova.
Più d'una volta, infine, è capitato a qualche connazionale di entrare in una casa in
Australia o in Venezuela, e trovarsi davanti a opere del pittore padovano Tono Zancanaro.
O potrei fare l'elenco dei luoghi dove hanno organizzato mostre antologiche del mio intero
lavoro: da Ferrara (dicembre 72 - febbraio 73), via via a Palermo, Giulianova di Teramo in
Abruzzo, fino alla recente di Certaldo, la città di Boccaccio, giusto un anno fa
(dicembre 76-gennaio 77); e mi sono anche meritato, per la mia attività artistica e
culturale, due cittadinanze onorarie: di Capo d'Orlando in Sicilia e di Giulianova di
Teramo.
E sempre la parte predominante delle mie mostre è stato il vario volto della mia città -
proprio Padova tanto spesso rallegrata fin su fra le nuvole o nei cieli - o nei
muri delle case dai miei angeli aerei, autentici sogni di limpida giovinezza.
Per tanti anni, sembrava, il mio destino di artista era di fare il profeta fuori della mia
terra, o patria se volete così dire, Padova - sempre.
Finalmente ora, e lo so io con quanto piacere lo scrivo e dico, ora, al momento giusto, è
arrivata la giusta responsabile persona - più d'una, si capisce! - che, passando sopra
tutte le traversie, incomprensioni o peggio, si è fatta viva, mettendo in moto la buona
macchina dell'organizzazione, e nella sede più appropriata.
Non è stata la vecchia sala della Ragione una delle mie basi formative, di partenza,
allora buon alfabeta autodidatta, in cerca di fantasmi per la mia formazione di buon
padovano, uomo di cultura e artista?
Dovrei pure ricordare, in questa occasione così preziosa, gli anni della mia formazione e
gli amici intellettuali che mi hanno "aiutato" durante i primi difficili passi:
Curiel e Atto Braun, Luccini e Giorgio Rubinato e Rino Pradella, Concetto Marchesi,
Giuseppe Gaddi e Valgimigli Manara che durante una lezione sulla tragedia greca citò un
mio lavoro in bianco e nero, e il musicista Lino Filippini, con i primi amici di libri
Attilio e Guido Deschi, i quali tutti mi hanno aiutato a impastarmi i valori della vita e
quelli antichi della mia Padova, tuttora tanto viva e vera.
Una parentesi la devo dedicare pure a una mia fantasia, diciamo un mio profondo desiderio:
aver potuto "montare", fare la mostra col solo materiale che ha avuto ed ha per
tema il volto e la storia di Padova, la città che tanto mi ha nutrito. Ne sarebbe venuto
è certo - un ininterrotto, continuo canto corale, anche se spesso, per i tempi
neri del ventennio e della guerra, più nera ancora, avrebbe assunto toni e colori da
tregenda. Un canto continuo e sempre variato come un tema musicale, perché proprio
questo è stato il mio rapporto con la mia città, Padova, e con il suo Pra, vera
isola in un mare più vasto, antica "piazza" che un giorno è venuta a fondersi
e magari "confondersi" con piazza Navona di Roma che, come il nostro Pra,
ha forma romana d'anfiteatro; e che, come il nostro Pra, si è compiuta nei secoli
XVII e XVIII. A tanto mi ha via via portato a fantasticare come uomo e artista la mia
città, quasi a sintonizzarmi col tempo della grande musica barocca.
Invece, se la mostra ha un volto più complesso, è perché si presenta con tutto
l'arco del mio operare nelle varie materie e tecniche, e temi e contorni, fino ai recenti
arazzi e scenografie teatrali: dagli anni della mia autodidattica e approssimativa nascita
come "pittore" fino al vero e proprio punto di maturità e presa di coscienza
artistica, ossia, non a caso, agli anni più difficili che videro nascere il Gibbo e la
mia attività d'incisore; e via via il periodo anche più indemoniocristianizzato dello
scelbismo, per sortirne finalmente nel duplice discorso del mio più prezioso realismo col
tema della risaia e il Polesine, e la caruseria siciliana, e, vero gioco
"parallelo", nella nascita del mio segno che dirò selinunteo, tanto è
impastato della poesia greca, dello spirito greco, o, meglio, mediterraneo.
Quel canto di musicali fantasie ellenistiche che negli anni recenti ha fatto nascere
l'accordo a quattro mani con Sylvano Bussotti nelle nostre opere, ha reso per me ancora
più ricco il mondo della musica col lavoro alla scenografia in piena
collaborazione sempre con Bussotti - di opere quali L'Incoronazione di Poppea di
Monteverdi, o I due Foscari del Verdi. È quel mondo superbamente barocco da sempre
che mi ha indotto a riprodurlo in quella mia più alta nostalgia data dal mondo corale
delle donne-dee di Piero della Francesca.
E proprio così, con un discorso che avrebbe dovuto toccare soltanto il tema di Padova,
ecco che con l'ultima mia fatica, ormai accumulato qualche anno di fantasie, sono
approdato, e in regola con la logica più vera, a un concetto solare della vita, un canto
musicale della giovinezza, sotto l'ala della favolosa leggenda di Padova fondata da
Antenore, eroe grigio e gran domatore di cavalli; o sotto la preziosa protezione
altrettanto leggendaria del "decoro" o della vita come fatto solare e superbo di
giovinezza, che va sotto il nome di Piero della Francesca.
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1981
da: Tono Zancanaro terrecotte e ceramiche. Nuovi Sentieri,
Belluno, 1981
Ceramica
Circa vent'anni fa sembrava che fosse cominciata una vera epoca o rinascita di un'arte
che pareva ormai trascurata dagli artisti, pittori e scultori: quella della ceramica.
Purtroppo quella che sembrava una autentica riscoperta, dopo qualche anno si affievolì,
per sparire un po' alla volta.
Fatto di mercato terminato, esaurito!
Purtroppo, e a dispetto di quella singolare stagione, anche Fontana che era stato come il
Maestro di tanti artisti, smise di fare ceramica.
E la stagione, il tempo della rinascita per la ceramica finì.
Segno dei tempi in crisi per l'Arte.
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1982
da: TONO ZANCANARO mostra antologica 1931 - 1982. Francisci,
Abano Terme, 1982
"Capo d'Orlando"
Credo che potrei dire soltanto poche parole su Capo d'Orlando: "Paesino" di
pescatori siciliani fra Messina e Palermo.
Da non so quanti anni "cercavo" una mia terra, una terra che mi facesse sentire
a casa e sentirla come la mia terra d'antica origine d'artista.
Bene: da qualche anno scendevo in Sicilia,- e nel '55 capitai proprio casualmente a Capo
d'Orlando "Mostra di pittura contemporanea". Pochi giorni di soggiorno a Capo
d'Orlando e come un fatto naturale sia il "piccolo" paese in riva al mare, sia
la cosiddetta "gente" di Capo d'Orlando si capisce,- mi ha rivelato la
"chiave" che da anni cercavo:
Qualcosa come la mia antica terra, della Magna Grecia in definitiva. Così Capo d'Orlando
diventò e rimane la mia naturale terra di antica origine.
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