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TONO ZANCANARO
di
Claudio Spadoni

IL TONO DI CAPO D'ORLANDO QUARANT'ANNI DOPO
a cura di
Manlio Gaddi
testo di Claudio Spadoni
con una nota di Giuseppe Quatriglio
ed un ricordo di Vincenzo Tusa
Francisci, Abano Terme 1998

Codice pubblicazione A S T Z: 4188

bibliografia dell'autore  


Capita a volte, quando ci si trova di fronte a casi particolari, a certi artisti non facilmente omologabili, che appaia ancor più evidente l’inadeguatezza delle abituali sistemazioni storiografiche, di certi parametri critici adottati ormai per convenzione. Tanto da far sospettare che la storia dell’arte, quella del nostro secolo, intendo, dovrebbe davvero essere almeno in parte riscritta. Il nostro è stato un secolo al tempo stesso generoso e ingrato. Generoso per il tanto che ci ha offerto, nel bene e nel male; ecco, tra ‘profitti e perdite’, all’insegna di quelle vicende classificate come avanguardie, e altre che, per contro, venivano a confermare la catena delle trasmissioni storiche, il nodo complesso e profondo dei ‘tramandi’, come li chiamava Momi Arcangeli, critico di rara sensibilità. E riscrivere questa parte di storia relativamente recente, che ancora ci intriga con problemi irrisolti, o risolti sulla falsariga di schemi predeterminati, significherebbe rimettere in discussione le categorie di valore abitualmente accettate. Categorie che, si sa bene, non si fondano solo su presupposti squisitamente culturali, ma chiamano in causa anche l’organizzazione complessiva dell’arte, con tutti i suoi non irrilevanti aspetti di politica delle istituzioni, di strategie promozionali e mercantili. Questioni, s’intende bene, di dimensioni ormai decisamente internazionali.
Una premessa, questa, che mi sembra opportuna al momento di stendere qualche nota sul lavoro di un artista come Tono Zancanaro, che come ho avuto modo di ricordare anche in altra occasione, non a caso Marcello Venturoli ha sagacemente definito un "europeo di paese". E non si pensi ad una formula ad effetto, ad una sorta di ossimoro coniato per trarsi criticamente d’impiccio, considerata la difficoltà di trovare per un simile artista una collocazione pertinente entro tempi, vicende, tendenze, aggregazioni varie e ‘ismi’, per così dire, di tanto diversa fisionomia, da lui attraversati in oltre mezzo secolo. Né si sospetti una carenza di studi e di esegesi rigorose, che, anzi, in varie occasioni critici di prim’ordine hanno puntualmente offerto ricostruendo la vasta trama di rapporti, di riferimenti, di suggestioni, che qualificano il lavoro di Zancanaro. Diciamo piuttosto che ci si trova di fronte ad una figura davvero europea per eredità storica, ampiezza di interessi e consapevolezza di scelte proprio anche in relazione ad un’attualità che sembrava rimuovere certi valori storici. E che, anzi, proprio nella sua ‘pars destruens’, nella cancellazione della tradizione dell’arte, aveva prefigurato il progetto- o più spesso l’utopia- di una nuova dimensione estetica. Al punto, davvero paradossale, che lo sforzo maggiore dell’arte cosiddetta moderna è consistito, com’è stato osservato, nel tentativo di distruggere l’arte stessa. Ciò che è parso molto moderno, appunto, e decisamente internazionale. Anche se alcune tra le coscienze più inquiete e sensibili della cultura moderna la pensavano in modo diverso. "L’arte non può essere moderna"- scriveva ad esempio Egon Schiele nel suo diario. "L’arte ritorna eternamente all’origine."
Zancanaro, "autodidatta in cerca di fantasmi", come amava definirsi, si può dire che abbia orientato il suo percorso acquisendo sempre più chiaramente questa consapevolezza. Certo, nemmeno a precisarlo, per l’artista padovano le ‘origini’ venivano ad assumere un significato diverso che per Schiele. I suoi ‘fantasmi’, magari calati in vesti di una quotidianità amata proprio in quanto umile, dimessa, perfino plebea- ma vorrei dire nobilmente plebea; quei fantasmi sbucati da visioni serotine o notturne di piazze, strade, chiese; o improvvisamente schiariti in una frenesia di segni, in immagini quasi d’arabesco, come misteriosamente sorte da un garbuglio grafico; quei fantasmi ansiosamente cercati, corteggiati, amati d’un amore insaziabile, erano, lo si capisce bene, figure di un’attualità dall’anima antica. Riportavano, insomma, sia pure sommessamente, le voci nobili di una storia lontana, e insieme, più ineffabile, l’eco, o l’oscuro e suadente richiamo del mito.
Zancanaro s’è accostato decisamente alla pittura all’inizio degli anni ’30, vale a dire in un tempo di scrupolosa osservanza di quello che si usava chiamare ‘mestiere’. Un tempo segnato anche di pericolosi fraintendimenti, di abbagli estetico-ideologici, d’accordo, ma anche di irrequietezze e slanci generosi nel tentativo di sfuggire agli equivoci di una paludata accademia. E infatti ben poco accademici furono l suoi esordi, con l’incontro decisivo con Rosai, al quale riconobbe d’essere debitore della "prima e unica, fondamentale lezione sulla natura dell’arte." Tanto da considerarlo sempre "non fra i maestri, ma il mio maestro". Ed è già da qui, oltre che per i natali e la formazione per nulla accademica, che Tono dà corpo a quella sua vena ‘di paese’, maturando la consapevolezza delle proprie radici. Basti pensare alla serie di ritratti a carboncino di figure familiari, oltre che a certi dipinti di paesaggi padovani. L’esempio di Rosai, appunto, è palese, ma altrettanto evidente è già la sua spiccata propensione al disegno, al senso antico e insieme di rinnovata scoperta che rappresentava per lui il "nero su bianco". E Padova, la Padova notturna e del Prato della Valle diventa il suo grande banco di prova, una scuola di visioni e invenzioni, una custode di memorie personali e di alte memorie storiche. Giotto, Donatello, Mantegna e la bottega dello Squarcione. Stazioni capitali della cultura visiva italiana ed europea. Ed è presto detto come in quell’aria, anzi in quelle brume di paese, in quel fondo di mestizia popolaresca e di antica dignità che si coglie nel dominio delle ombre sul bianco dei fogli, si faccia strada la coscienza della grande tradizione umanistica. Ma Zancanaro ha compreso bene che il sentimento della storia non può esaurirsi nella celebrazione di un ‘genius loci’, per quanto alto e spaziante possa apparire. E’ una condizione più aperta, la sua, più prensile e decisamente poco evocativa, almeno nel senso che in quegli anni prebellici l’accademia novecentista assegnava all’interpretazione del passato. "Come se ogni sua immagine – scrivevo in altra occasione- uscisse da un bagno di cultura alimentata da fonti diverse, per riportarne le suggestioni ad una dimensione più familiare…" E sempre più carica di umori, di spunti visionari, di notazioni naturalistiche trascritte come in un ‘volgare’, o forse meglio un vernacolo fatto subito colto e intriso di raffinatezze. Zancanaro ne saggia tutte le possibilità, le varianti di segno, di intonazione, tra densità, cupezze, leggerezze aeree. E la ricchezza dei rimandi, messi a fuoco filologicamente da alcuni esegeti, non fa che confermare la diramata ampiezza della cultura artistico-letteraria di Tono, e il carattere inconfondibile delle sue personalissime assimilazioni.
Proprio in questo le sue scelte linguistiche assumono un senso preciso anche in riferimento alle tendenze del momento, negli anni ‘30-’40 come, e forse ancor più, nelle stagioni postbelliche, dal tempo dell’ impegno col ‘Fronte Nuovo delle Arti’ e del ‘realismo sociale’, al successivo succedersi di movimenti e tendenze di diffusione internazionale. Che Zancanaro si sia tenuto a debita distanza dalle diverse situazioni avvicendatesi sotto l’insegna della neoavanguardia, lo si può ben comprendere come una scelta di campo, di collocazione culturale. Nella profonda convinzione che l’arte fosse un valore irrinunciabile, da preservare con quanto comportava anche come fatto tecnico, insomma come ‘mestiere’. Per Tono, ‘operaio artista’, come usava dire, il mestiere, la conoscenza delle tecniche della tradizione non potevano essere surrogati coi nuovi ‘media’ o pratiche per così dire alternative. Ecco dunque anche la funzione, il senso, la necessità del disegno, inteso come pratica primaria, costitutiva d’ogni altra. Quasi a ribadire un lontano precetto non già veneto ma toscano, riecheggiato poi da Ingres, assertore del principio che il disegno "comprende tutto".
Ma Tono, uomo avido di conoscenza, colto ben più di quanto lasciasse credere, e troppo dotato di ironia per sventolare un anacronismo inconsapevole, l’ha inteso da artista totalmente calato nel nostro secolo. "Il disegno – precisava Francesco Loperfido- costituisce il fondamento razionale, critico, sentimentale del suo linguaggio quotidiano. Ha coscienza, ne parla e scrive, di far parte di una tradizione tutta italiana di umanesimo civile, di tensione enciclopedico-illuministica, di concezione dell’arte come sede di bellezza, di elevazione, di educazione dei sentimenti, di alimento della libertà." E’ anche il mezzo espressivo più diretto e congeniale a quella satira politica che ha nel ‘Gibbo’ la sua uscita più clamorosa e conosciuta, nell’invenzione di una proliferante, virulenta grafia. Quasi un lucidissimo delirio di segni e di forme abnormi. L’apoteosi di un grottesco che ha parentele artistico-letterarie europee: dal Folengo a Rabelais e Jarry, da Daumier a Grosz, per spendere solo qualche nome. Ma il disegno, per Tono, può assumere talora accenti più severi e assorti, toccare le corde di tutt’altra inclinazione visionaria. Ecco allora gli angeli neri che si stagliano con le loro croci enormi, brandite quasi fossero armi minacciose, sulle cupole delle chiese padovane o romane. Torna allora la memoria struggente di Scipione, coi suoi angeli affocati nei bagliori barocchi di un dramma cattolico di peccato e redenzione, di lussuria e di ascesi. E la prostituta scipioniana, formidabile antecedente di certe mastodontiche ‘femmine’ di Fellini, in Tono diventa la figura femminile per antonomasia, l’icona ricorrente, ad un tempo dolce, ironica, ammiccante, o idolo astratto, etereo, impalpabile, quasi riverbero mitico, anche suadente nella sua generosa fisicità. Ma anche in questo caso, ripercorrere i cicli dei vari personaggi femminili che hanno occupato tanta parte del lavoro di Tono, condurrebbe alle fonti molteplici delle diverse suggestioni, reinscritte tuttavia in un sistema, o piuttosto un calibrato rigoglio di segni inconfondibilmente suo. E ancora, i paesaggi, le visioni di luoghi i più disparati- dalle risaie padane alle distese di loto nei laghi cinesi, da dai quali di volta in volta ha tratto spunto per elaborare motivi che dalla concretezza del dato reale subito assumevano un valore emblematico.
Si diceva delle tecniche. Non c’è mezzo espressivo della tradizione artistica, si può ben dire, che egli non abbia sperimentato e interpretato. Come un antico maestro di bottega. Era mosso da una curiosità vorace che poteva essere appagata solo tramite una conoscenza tecnica, e direi proprio un sapere manuale inteso come dominio del mezzo espressivo, e insieme come coscienza del suo lascito di cultura storica. Anche per questo non poteva interessarlo una modernità trasgressiva per programma, negatrice anche di una tradizione proiettata sull’attualità. La questione toccava ancora, per Tono, il fondamento irrinunciabile di un ‘mestiere’, di una manualità, insomma, cui affidare l’urgenza tutta personale di dar corpo a visioni, emozioni, ossessioni, immagini della realtà e fantasmi, figure antichissime e figure presenti dell’inesauribile flusso della vita. Una questione, anche, di un pensiero diverso del tempo, o per meglio dire di una ‘durata’ della coscienza che non poteva certo essere scalfita dalle ‘oscillazioni del gusto’ dal repentino mutare delle tendenze, se non proprio delle mode.
E’ dunque del tutto naturale che quest’uomo "di una generazione antica" ma sempre in presa diretta con le figure e i luoghi della vita presente, abbia trovato in Sicilia una seconda terra d’origine, il suo paese d’elezione. Una terra in cui riscopriva come in simbiosi "l’umanità e la classicità", dove il paesaggio, con la sua luce, i suoi colori, i suoi profumi, le sue vestigia, portava il riverbero della storia e tutta la seduzione del mito. A Capo d’Orlando, come poi a Selinunte, si sentì in un paese del mondo dove la classicità era di casa, come sedimentata per sempre. La respirava nell’aria, la toccava nella natura del luogo, la coglieva nei profili, negli occhi dei giovani ‘carusi’. "Fin dal primo viaggio- diceva- la Sicilia divenne la mia Grecia." Dalla realtà al mito, si potrebbe dire, e dalla storia, custode ed evocatrice del mito, alla realtà vivente. Intendere tutto questo, sentirlo sulla pelle, averne consapevolezza come di una condizione che non poteva essere compatibile coi nuovi miti e i mutevoli riti della modernità: ecco spiegato il legame con la Sicilia, e più estensivamente il senso di universalità dell’arte prefigurati dal personalissimo immaginario di Zancanaro e dalla sua vocazione culturale. Che poi certe storie dell’arte, grandi o minute, prospettassero altri orizzonti estetici e ‘sorti magnifiche e progressive’ del divenire artistico, era una faccenda che non doveva turbarlo più di tanto. Tono poteva perfino sorriderne.

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