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Tono il Siciliano
di
Giuseppe Quatriglio

IL TONO DI CAPO D'ORLANDO QUARANT'ANNI DOPO
a cura di
Manlio Gaddi
testo di Claudio Spadoni
con una nota di Giuseppe Quatriglio
ed un ricordo di Vincenzo Tusa
Francisci, Abano Terme 1998

Codice pubblicazione A S T Z: 4188

bibliografia dell'autore  

Capo d'Orlando doveva a Tono Zancanaro questa Mostra. Capo d'Orlando, infatti, è stata legata a Tono (così, in semplicità, veniva chiamato il pittore padovano da quanti lo stimavano e lo frequentavano) e Tono era legato a Capo d’Orlando da quando, nell'ormai lontano 1955, 1'artista venne invitato alla mostra "Vita e paesaggio di Capo d'Orlando", una rassegna d’arte che nel corso degli anni avrebbe acquistato prestigi0, ma che allora era agli esordi.
Durante quel soggiorno nella ridente cittadina della costa tirrenica della Sicilia, Tono non si limitò a dipingere come l’occasione richiedeva. Si innamorò del luogo e soprattutto della vasta spiaggia solitaria di sabbia fine e incontaminata sulla quale i pescatori tiravano a secco le loro barche variopinte e stendevano le reti ad asciugare. Vi rimase perciò a lungo. Lo interessavano i ragazzini "dalle testine come di sculture greche" - così si esprimeva - che, incuriositi, gli si affollavano attorno mentre lui dipingeva in riva al mare in calzoncini corti e con un cappellaccio di paglia in testa che lo proteggeva dal sole rovente del primo pomeriggio.
Tono veniva, chiamato "l’uomo del gelato" perché i coni che allora costavano venti lire l'uno – l’artista li regalava ai ragazzi per farli stare buoni. mentre posavano per lui. Nacquero così i primi carusi ritratti con magistrali effetti di chiaroscuro con il carboncino oppure realizzati con linee essenziali utilizzando l’inchiostro di china.
Questi efebi, dalla bellezza antica e dal profilo greco, contrassegnarono un momento creativo non trascurabile dell’iter siciliano del pittore veneto. Trent’anni dopo, nell’estate del 1982, Tono ritornò a Capo d’Orlando per ricevere la cittadinanza onoraria da una comunità grata al pittore che aveva messo a disposizione dell'amministrazione comunale una ricchissima galleria di carusi. In quella occasione venne inaugurata una mostra antologica, rappresentativa della vocazione mediterranea dell'artista nella quale erano presenti paesaggi marini di Capo d'Orlando rabbuiati dalla burrasca o colti nell'aperta luce del sole. Erano i luoghi amati da Tono, fermati sulla carta o sulla tela costituivano punti di riferimento di una personalissima geografia dei sentimenti.
E tuttavia Tono considerava i carusi l’invenzione più gratificante. Proprio quell’estate Tono rivide, ormai cresciuti, i carusi de1la sua ricca tavolozza. Mettendo da parte il consueto tono ironico, il pittore si abbandonò alle riflessioni.
"Guardando questi ragazzi - disse rivolgendosi agli amici Che gli stavano accanto - ebbi la rivelazione del tipo umano di estrazione classica. Stare qui, lavorare qui, mi diede il senso della concretezza del mio interesse per la scultura di matrice greca. Gli adolescenti che ritraevo mi davano la conferma, di quello che andavo trovando nei musei di Siracusa, di Agrigento, di Palermo: una somma di umanità e di storia". E come per concludere, parlando a se stesso: " se, certo, sono partito da Capo d'Orlando e sono arrivato a Selinunte".
"Arrivare a Selinunte " significava per Tono approdare ad altre figure di uno stupefacente universo grafico, alle Selinuntine, donne dai grandi occhi sospese tra classico e barocco, che facevano parte di un vasto affresco popolato di Aelle, Levane, Brunalbe, Poppee, Cecchine, Foscariane, Leopardiane e altre creature femminili ispirate dal teatro, dalla letteratura o dalla vita, ma senza dubbio, il frutto maturo dell'immaginario zancanariano.
La Sicilia di Tono non si esauriva tuttavia, con la "caruseria" di Capo d'Orlando e con le donne cariche di passato incontrate dal pittore tra le pietre dei templi abbattuti, di Selinunte. Stare in Sicilia significava per Tono visitare l’isola di Mozia, pugno di terra solitaria. nelle pigre acque dello Stagnone di Marsala. Significava soffermarsi a Bagheria, presso la villa di don Ferdinando Francesco Gravina principe di Palagonia per studiare le grottesche figure di tufo che a Goethe sembrarono frutto della "stravaganza" dell’aristocratico palermitano.
Tono, che sentiva la bellezza classica, a Bagheria venne sedotto dall’anti-bellezza degli "aborti di bizzarra. e folle fantasia", per usare le parole del diarista del Settecento marchese di Villabianca. Alla fantasia del principe si aggiunse la scatenata. inventiva. di Tono. Nacquero così "i mostri palagonesi", parenti in qualche modo dei Gibbi , un intreccio di creature infernali e di apparizioni barocche. E sullo sfondo talvolta figure femminili alate, ma non proprio angeli.
Tono, scomparso a 78 anni il 3 giugno del 1985, si recò la. prima volta in Sicilia nel 1938, quando aveva, 32 anni, per partecipare assieme ad Eugenio Curiel, ai Littoriali della Cultura. Nato nel 1906, quinto dei sei figli del meccanico agricolo Natale Zancanaro, Tono alla, fine degli anni Trenta era già pittore sicuro di sé. Nel 1937 era stato a Parigi ed aveva fatto a Padova la prima mostra personale tenuta a battesimo da Ottone Rosai il cui studio fiorentino il giovane artista aveva frequentato, con una certa. Assiduità, con l'ansia di apprendere. In quegli anni, con 1’orecchio attento alle voci della cultura figurativa europea, Tono si impegnava in ritratti di famiglia e in autoritratti e dimostrava simpatia per la povera gente che coglieva nei portici della sua città, nelle sale d’aspetto di terza classe della stazione ferroviaria oppure sui treni.
Nel 1938.raggiunse, dunque, la Sicilia un artista desideroso di esperienze nuove ma soprattutto alla ricerca del mondo classico. Al concetto di grecità Tono Zancanaro si accostò ancora nei primi anni del dopoguerra soffermandosi, quasi in raccoglimento, nelle sale del museo archeologico di Ferrara davanti ai numerosi reperti provenienti dalla necropoli di Spina costituiti in massima parte da vasi attici a figure rosse del quinto secolo avanti Cristo. Questi corredi funerari, testimonianza degli intensi rapporti degli Etruschi con i paesi mediterranei e i loro abitanti, diedero a Tono la misura. della classicità come esempio inimitabile di bellezza eterna come modello perfetto da perseguire nell’arte e nella vita.
A questo punto è necessario ricordare le tappe di un lungo sodalizio umano, gli incontri con Tono a Padova e in Sicilia. E quindi il pensiero corre al suo colloquio intenso con la Sicilia e con i siciliani. Di Antonio Uccello, il paziente raccoglitore di tante testimonianze della civiltà contadina, Tono divenne amico fin dai primi viaggi nell’isola. Leonardo Sciascia, grande collezionista di grafica, ammirò subito l’arte di Tono e lo frequentò per molti anni. A Palermo il pittore incontrava tanti altri amici: il fotografo ed editore Enzo Selleriorio, il pittore Michele Canzoneri, l’archeologo Vincenzo Tusa. Incontrava anche chi si sofferma, commosso, su questi ricordi.
A Palermo Zancanaro arrivò anche nel 1975 invitato dall’ente del Teatro Massimo e qui preparò scene a costumi per Cecchina la buona figliola dell’autore settecentesco Niccolò Piccinni. Lavorò in uno stato di grazia. assieme al nipote, il musicista Sylvano Bussotti. Era dunque in gran forma allorché creò la Cecchina, donna frizzante e rococò, al ritmo della musica sensuale e barocca di Bach.Alla Sicilia è stato sempre dedicato uno spazio nelle mostre postume dell'artista padovano. A Mirandola - dove nel 1987 si svolse il primo seminario di studi sull'opera di Tono-, a Cesenatico e a Ravenna, il figlio adottivo del pittore, Manlio Gaddi, ha organizzato mostre di Zancanaro con "sale siciliane". In esse erano condensati tutti i fantasmi alimentati nel pittore dalle suggestioni classiche. Il piatto forte è stato sempre costituito dai "carusi di Capo d’Orlando", le creature un po’ mitiche che oggi tornano alIla ribalta nel luogo dove l’artista diede loro la vita.

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