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Dai "Banditi Commacchiesi"
ai "Carusi di Capo d'Orlando"
di
Manlio Gaddi

IL TONO DI CAPO D'ORLANDO QUARANT'ANNI DOPO
a cura di
Manlio Gaddi
testo di Claudio Spadoni
con una nota di Giuseppe Quatriglio
ed un ricordo di Vincenzo Tusa
Francisci, Abano Terme 1998

Codice pubblicazione A S T Z: 4188

bibliografia dell'autore  


"Credo che potrei dire soltanto poche parole su Capo d'Orlando: "Paesino" di pescatori siciliani fra Messina e Palermo.
Da non so quanti anni "cercavo" una mia terra, una terra che mi facesse sentire a casa e sentirla come la mia terra d'antica origine d'artista.
Bene: da qualche anno scendevo in Sicilia,- e nel '55 capitai proprio casualmente a Capo d'Orlando "Mostra di pittura contemporanea". Pochi giorni di soggiorno a Capo d'Orlando e come un fatto naturale sia il "piccolo" paese in riva al mare, sia la cosiddetta "gente" di Capo d'Orlando si capisce,- mi ha rivelato la "chiave" che da anni cercavo:
Qualcosa come la mia antica terra, della Magna Grecia in definitiva. Così Capo d'Orlando diventò e rimane la mia naturale terra di antica origine." (da: TONO ZANCANARO mostra antologica 1931-1982. Francisci, Abano Terme, 1982)
Così scriveva Tono oltre quindici anni fa, in occasione della mostra antologica che il comune di Capo d’Orlando gli dedicò l’anno in cui l’Amministrazione gli conferì la cittadinanza onoraria, la più cara fra le sei che ebbe in Italia.
Ma quando ebbe origine l’amore di Tono per la Sicilia, quali le cause, se mai si può identificare il perché ci si innamora di una persona, un oggetto, un luogo?
È lo stesso Tono a spiegarcelo, in una della tante autopresentazioni scritte per le sue mostre:
"Il mio primo incontro con la Sicilia risale, invece, alla primavera del 1938. E la prima incredibile sensazione mi fu destata dal viaggio in treno da Messina a Palermo. Compresi in quelle poche ore il segreto di luce, di mare, di terra, in quel mescolarsi aspro e forte degli elementi. E l'approfondirsi dell'incontro trovò le sue tappe nello "studio" del Museo Selinunteo di Palermo e nei successivi viaggi (quanti? Tanto numerosi da non ricordare singolarmente, da potere dire di essere anch'io figlio di questa terra.)." (da: Mostra antologica dell'opera di Tono Zancanaro 20 aprile - 20 maggio, Civica galleria d'arte moderna. Palermo, Comune di Palermo, 1974)
Quel primo viaggio non era di piacere: Tono era assieme ad Eugenio Curiel, mandato dal Partito Comunista a Palermo per frequentare i Littoriali di Scienze Politiche, a fare attività di propaganda e proselitismo, a lavorare contro il regime fascista. Ma Tono era pronto a recepire l’atmosfera siciliana, la frequentazione di Giorgio Rubinato, preziosa e sconosciuta figura di medico umanista che, per primo intuendo le potenzialità dell’artista che stava nascendo, lo stava introducendo alla comprensione della bellezza, di quella classica principalmente. Sicuramente Tono durante questo primo viaggio respirò il virus della sicilianità, e ne resto contagiato per sempre.
Per Tono la "sicilianità" consisteva in un condensato di colori, odori, sapori (ah! Il Corvo di Salaparuta!), consisteva nelle bellezze dei templi greci rimasti, Selinunte sicuramente per prima e l’amicizia fraterna con Vincenzo Tusa, consisteva nei rapporti che man mano si instauravano con i siciliani (come poterli ricordare tutti? Fare alcuni nomi sarebbe riduttivo, meglio ricordare che Tono aveva tutti gli amici nel cuore allo stesso livello, ma i siciliani un gradino più in alto. Parlando di fenomeni sociali e di costume che fanno le differenze fra Nord e Sud affermava: "il più grande bandito siciliano è certamente migliore, più buono, meno pericoloso di un modesto delinquente del Nord"), ma si basava principalmente su due pilastri: la cultura ed il concetto di "bello", che è una parte della cultura stessa.
La spiegazione della scelta culturale la dà lo stesso Tono in uno scritto di autopresentazione per una mostra a Palermo:
"Ancora una personale a Palermo, che, con la prima a Catania nel lontano 1954 e quelle di Messina, Capo d'Orlando, Enna; alle numerose fatte a Palermo fa senz'altro un bel mucchio di anni di attività che io chiamo siciliana.
Potrei aggiungere che un altro tema nettamente siciliano fa’ parte ormai del mio lavoro di artista. Il mare siciliano da quello di Capo d'Orlando, che già mi aveva dato i suoi "carusi", a quello di Selinunte con le sue prestigiose "rovine" e sculture; e l'isola di Mozia, finalmente, che, con Selinunte dà quasi una più precisa fisionomia, oltre che al mio lavoro, a questa stessa mostra.
Tutto questo comunque, sarebbe ancora una questione di "particolari", di fatti contingenti. Per me artista del Nord la nota veramente importante di questa mia personale a la Robinia consiste nella coscienza che ho di continuare un'operazione che promette frutti senz'altro importanti. Cosa da poco? Non credo; e con me avrò sicuramente più di un siciliano di quelli che contano, e più di un palermitano idem.
All'opposto di ciò che hanno fatto e che purtroppo continuano a fare tanti artisti siciliani, e fra le personalità più forti dell'arte italiana, che, si può dire, scappano dalla Sicilia per andare a Milano o a Roma, e farsi integrare dalla cultura e dal costume della nordica borghesia "con questa personale a la Robinia intendo fare l'opposta operazione: da buon artista del Nord; sentirmi e vivere da siciliano in Sicilia" che considero una delle carte più importanti nel rapporto concreto soprattutto con Palermo ed il suo mondo artistico, con la Sicilia in realtà.
Operazione per più versi azzardata?
E perché non credere in un nuovo umanesimo che pure per le nostre generazioni ci deve e può essere?
La sua natura la sua storia prestigiosa, la sua umanità fra le più vive e comunicative che io abbia incontrato, fanno della Sicilia una pagina fondamentale della mia qualità di artista e di uomo di cultura del Nord.
Circa due secoli fa del resto, un certo poeta tedesco autore di un libretto che va sotto il nome di Faust, non ha scritto e detto che per capire l'Italia e gli italiani bisogna cominciare dalla Sicilia? Non è esempio e indicazione da poco, mi pare; e non solo per me."(dal catalogo per la mostra alla Galleria LA ROBINIA di Palermo, dal 21 Novembre al 4 Dicembre 1968)
La Sicilia dunque come terra di cultura vera, vista come ricerca della conoscenza che è base per la determinazione della bellezza, contrapposta alla cultura padana dove essa è per lo più finalizzata alla realizzazione del profitto.
L’altro aspetto, altrettanto determinante, va ricercato nel concetto di bellezza che era di Tono.
Da sempre gli artisti cercano di esprimere il loro concetto di bello, Giorgio Rubinato aveva facilmente indirizzato Tono verso dei concetti di bellezza classica, la frequentazione costante dei musei, di Este e di Spina per primi, a seguire tutti i principali musei italiani e stranieri, aveva poi rafforzato in Tono queste basi, sulle quali cercava poi di elevare una costruzione. I primi tentativi vengono certo realizzati con la ricerca formale nelle LEVANE, ma solo all’inizio degli anni ’50, frequentando la zona di Comacchio con i suoi "banditi" (ragazzini che sguazzavano liberi come anguille nei canali) Tono intravede i primi segni che lo porteranno poi a identificare il suo concetto di bello.
Ecco come Tono descrive questo primo incontro:
"…Fu così che lungo la riva di un canale di periferia mi scontrai con una squadra, una banda di ragazzini di 10-12 anni di età. Fu così che il colore di Comacchio, il colore della sua inedita bellezza si personificò in una squadra di piccoli carusi. Fu così che quanto ormai conoscevo di Comacchio, città e razza proverbiale anche nell'ambito della sua terra ferrarese, prese forma chiara, precisa nel volto dei suoi piccoli carusi.
Prese forma quella realtà che nella mia memoria, nella fantasia e coscienza, era giustamente affiorata attraverso la visione dei palazzi antichi, dei canali, ponti veneziani dal colore di cotto antico, dalla severa struttura che fa pensare agli etruschi. Una città, una terra che nel giro dei millenni, è stata testimone e partecipe di storie immemorabili.
Devo aggiungere infine, a mo' di giusta conclusione, che questa mia Comacchio fatta di paesaggi e, soprattutto, dei volti dei suoi carusi, è piuttosto un tentativo, un abbozzo sommario di ritratto, di una città che la mia coscienza di uomo-artista mi ha irresistibilmente sospinto a trasferire sulla carta.
Altrettanto giusta mi sembra la mia scelta: il volto dei bambini come la misura tipica di un popolo. E se l’arte è, come penso, mezzo infallibile di conoscenza del vero, sul volto di questi carusi di Comacchio ho certamente fermato il fantasma che di questa antica, misteriosa città portavo con me da tanti anni." (da: PAESAGGI e volti di Comacchio disegnati da Tono Zancanaro: dal 7 al 17 dicembre 1959 (...). s.l. , s.n. Ferrara, Ind. Grafiche, 1959)
Da notare che il testo è datato 1959, Tono già da cinque anni frequenta Capo d’Orlando, ed anche i "banditi" comacchiesi sono diventati "carusi".
Il punto nodale del testo è tutto nell’affermazione "…il volto dei bambini come la misura tipica di un popolo. E se l’arte è, come penso, mezzo infallibile di conoscenza del vero…" .
Quando Tono scopre Capo d’Orlando ed i suoi carusi, quelli veri, anche qui bande di ragazzini liberi di scorazzare lungo la spiaggia e nel mare, ha immediata la percezione di cosa sia la bellezza, e furiosamente la ferma col carboncino in centinaia di fogli, usando l’arma del gelato (come da altri ampiamente ricordato) per pochi istanti di posa. È così nasce la serie dei carusi, inizialmente fogli a carboncino, ogni ritratto con il nome del personaggio, nei disegni della collezione comunale si leggono i nomi di: Franco Basilio, Rosalba Bella, Vincenzino Calliò, Antonino Cappa, Bastiano Caputo, Mario Chisari, Giuseppe Consiglio, Carmelo Costantino, Vincenzo Costantino, Pippo Di Nardo, Pino Di Nardo, Pippo Dolcetta, Silvio Ingrillì, Vincenzo Ingrillì, Daniele Lantieri, Pippo Letizia, Franco Mentesano, Nino Micale, Mimmo Minuta, Alfredo Minuta, Pippo Minuta, Stefano Minuta, Calogero Mosca, Franco Nespola, Pippo Nobile, Turi Nuzzo, Giuseppe Pizzo, Pippo Saya, Eugenio Sonetto, Vincenzino Tringale, Ferruccio Ventura, tutti orlandini, a cui si aggiungono anche altri carusi come Nino il catanese e Turi Forte da Palazzolo Akreide. Sopra tutti, quale incarnazione di questo ideale di bellezza Tono ha come riferimento Cono Nuzzo, che fra l’altro ha anche delle qualità artistiche che Tono cercherà di evidenziare portandolo con se a Padova per qualche tempo. Mentre per la maggior parte i carusi sono realizzati a carboncino, la serie di ritratti di Cono Nuzzo caruso di Capo d’Orlando sono realizzati a linea pura, dove la scomparsa del chiaroscuro enfatizza la purezza del profilo classico, facendo emergere con forza quella classicità che successivamente Tono esporterà nell’arte vascolare, che realizzerà per gran parte a Sciacca e a Santo Stefano di Camastra.
Qual è dunque questo ideale di bellezza classica che Tono aveva intravisto nei banditi comacchiesi (certo anch’essi di origine greca o al massimo etrusca), e che i carusi gli hanno definitivamente scelato?
Per Tono la bellezza non è ne maschio ne femmina, ma appartiene ad un'età in cui i bambini non sono ancora ragazzi, e quindi hanno la dolcezza nei movimenti tipica delle fanciulle, le loro forme sono arrotondate, l’arroganza virile è al di là dall’esprimersi; e le bambine non sono ancora ragazze, per cui sono lievemente spigolose nelle loro movenze, le loro forme non hanno ancora preso le rotondità che le caratterizzeranno, la dolcezza che pur traspare non è ancora definita dalla maternità.
La bellezza appartiene ad una brevissimo periodo della vita, dura forse quanto la vita delle effimere, non è ne maschio ne femmina ma entrambi contemporaneamente, è ermafrodita.
Una notazione deve essere fatta per quanto riguarda la datazione dei fogli che appartengono alla collezione civica di Capo d’Orlando: sono tutti datati 1952, ma sono stati tutti realizzati nel 1956, in occasione del secondo soggiorno di Tono. L’errore nasce dal fatto che Tono non sempre firmava e datava i suoi lavori appena finiti, ma li accantonava uno sull’altro, preso com’era dalla necessità di lavorare il più possibile. Nel 1952 Tono realizza gli studi dei banditi comacchiesi, nel 1956 i carusi di Capo d’Orlando, che saranno firmati solo nel 1982, sono stato testimone del fatto, in occasione appunto della mostra antologica realizzata in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria, ed erroneamente datati come appartenenti al periodo dei banditi.
In questo stesso catalogo Vincenzo Tusa scrive: "Tono vive". È vero, Tono è sempre con noi, con la sua sciarpa rossa, le sue ciabatte ricoperte da borotalco, la sua pancia grossa, il suo bisogno di compagnia. La sua presenza è una costante: con gli amici Sarino Damiano, Calogero Collovà, Giuseppe Antillo, con tutti gli orlandini che l’hanno conosciuto si discute con Tono presente, non si ricordano solo le battute o le lezioni, si parla proprio con lui, avendo di fronte il suo sorriso un po’ storto dall’emiparesi causata dal Fuoco di Sant’Antonio, e soprattutto i suoi occhi chiari, attenti, acuti, penetranti, un po’ tristi, che hanno visto il mondo ed hanno per noi selezionato la parte migliore, che non vuol dire sempre la più buona (vedi i partigiani impiccati) o la più bella (vedi i mostri palagonesi), ma certamente la più umana, quella per cui vale la pena vivere, e se del caso anche soffrire e combattere: Essere magari l'ultimo anello, ma della catena che tiene legata l'umanità che io chiamo umana, come diceva il Maestro.

Grazie Tono.

 

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