II corredo visivo di questo libro, e la mostra da
esso documentata, costituisce senza dubbio una ricognizione di ampio
respiro nell'opera di Tono Zancanaro, potendo vantare anche un cospicuo
mannello di dipinti, disegni e un mosaico sin qui mai pubblicati ne
esposti. Sarebbe tuttavia velleitario considerare il nostro itinerario
come qualcosa di più di un sondaggio esemplare, data l'entità del
lavoro compiuto dall'artista patavino e la ricchezza delle tecniche e
dei temi affrontati nel corso di un cinquantennio di ininterrotta e
feconda ricerca.
Allo stato attuale di conoscenza della stratificata produzione
zancanariana, ogni pur comprensiva indagine non può essere che un
approdo fatalmente provvisorio. Il "pianeta" Zancanaro è,
difatti, in parte ancora da esplorare, per quanto non siano mancati nel
tempo i contributi critici di eminenti studiosi alla collocazione
storica dell'opera e, soprattutto, la messa a fuoco di singoli cicli nel
loro specifico linguaggio e in rapporto al contesto storico e culturale
in cui si situano. Ad esempio quello imponente del Gibbo, ovvero
l'epopea eroicomica del fascismo, e più in generale della mitografìa e
della retorica del potere, di cui dette un'ineguagliabile lettura Carlo
Lodovico Ragghianti nel suo "Parlamento per Tono", un saggio
che già nel titolo evidenziava la vocazione popolare e corale, peraltro
formulata con un eloquio grafico di altissima qualificazione, della
"lingua" di Zancanaro, padovano confidente di Rabelais e di
Cervantes oltre che di Ruzante e del Folengo. Nemmeno sono mancate le
grandi antologiche, da Zancanaro ordinate sempre con dovizia di
materiali, com'era suo costume, non sapendo rinunciare a esporre
"anche" quel disegno, quel piatto, quel ventaglio dipinto o
quant'altro giudicasse essenziale alla rappresentazione del suo mondo,
invero fervido e di straordinaria fertilità. Memorabile la grande
mostra del '72 al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, la prima e la più
spettacolare antologica nella quale Tono secondò senza riserve la
propria inclinazione a mostrarsi invadendo lo spazio con la
proliferazione dei segni. Ossia delle opere scaturite dal suo rapinoso e
polivalente talento e dalla sua prodigiosa capacità di lavoro, cui la
sensibilità all'umano e la curiosità intellettuale fornivano adeguato
alimento per rinnovarne le vene.
Eppure, per quanto si siano succedute le occasioni di indagine critica e
le esposizioni, con un crescendo non mai interrotto dopo la morte
dell'artista, rimangono zone ancora da scrutare, momenti e serie da
disseppellire e da divulgare nel mare magnum dell'opera di Zancanaro. Si
pensi che la sola opera litografica, che Manlio Gaddi, il figlio
adottivo di Tono, ha da poco finito di inventariare, comprende qualcosa
come mille e trecento titoli, quasi tutti inediti. Un corpus
rispettabilissimo, di per sé una miniera di invenzioni formali e di
soluzioni tecniche originali degne di una speciale attenzione critica. E
all'appello mancano sicuramente un centinaio di fogli eseguiti per
edizioni rare o nella particolare occasione delle festività natalizie,
che Tono celebrava regolarmente con piccole stampe da inviare agli
amici. Se possono considerarsi ormai definitivi e ragionati i cataloghi
delle incisioni, delle ceramiche e dei cicli Gibbo, Demopretoni e
Cina, salvo le inevitabili dispersioni dovute alle circostanze di
relazione, compreso il bisogno - e il piacere - che Tono avvertiva di
comunicare una comunanza ideale suggellandola con il dono di un proprio "segno", consuetudine sempre rispettata
come una sorta di culto amicale; e se sono da ritenere realisticamente
non molto carenti quelli, pubblicati soprattutto nelle occasioni
espositive, dei dipinti, dei mosaici, delle sculture, non altrettanto
può dirsi per i disegni su carta su cui si fonda l'universo
zancanariano e che costituiscono un vero e proprio monumento di
partecipazione civile, di cultura, di stile. Immagino che i disegni di
Tono siano nell'ordine di alcune decine di migliaia. Un vero e proprio
iceberg di cui conosciamo solo la parte emergente, e che riserverà non
poche sorprese a uno scandaglio più approfondito, o anche mirato a
isolare un singolo percorso nella fitta rete delle tematiche
zancanariane cui sempre corrispondono specifiche soluzioni formali.
Tono disegnava ininterrottamente, con naturalezza fisiologica e supremo
dominio mentale. Era un fiume sempre in piena: rapido e vorrei dire
impetuoso, quando la dinamica della situazione esterna, o anche
l'urgenza dell'immagine interiormente enucleata, imponeva la fulmineità
annotativa del gesto nervoso e irrevocabile; calmo e maestoso nel
proprio corso allorché si trattava di modulare la linea in limpide
scansioni volumetriche, a definire i profili apollinei di figure e
contesti evocativi di una bellezza ideale e indefinita, sottratta
all'effimero del tempo per quanto pervasa di linfe e di sensi
ambiguamente umani. Giusta la metafora del fiume, merita notare, per
inciso, la costante presenza dell'acqua e dei suoi portati nell'opera di
Tono, dall'epopea realista delle Mondine, del Polesine
alluvionato, dei canali padani ove per secoli si è consumata
l'esistenza della gente comune, che Tono incontrava avvertendoli quali
naturali destinatari del proprio lavoro, alle vedute notturne della
laguna di Venezia, dei porti animati di Genova e di Shangaj; dagli
specchi dei laghi cinesi (visitati nel '56) ove fiorisce il loto, da
allora entrato stabilmente nel repertorio dell'artista quale ornamento
dei suoi Carusi, al mare di Cesenatico le cui spiagge sono
popolate di una feriale umanità, a quello della Sicilia che ancora
deposita sugli arenili la memoria e il mito mediterraneo delle comunioni
paniche, sullo sfondo di una civiltà per la quale non era una mera
proiezione poetica l'ipotesi della compiutezza. A proposito del disegno,
e per estensione del fare artistico nell'intera gamma delle applicazioni
tecniche che vanno dalla pittura all'incisione alla ceramica alla
scultura al mosaico all'arazzo al ventre inciso e quant'altro, ricordo
che Tono amava parlare della mano come di un organo - non già un arto -
dotato di una propria "memoria", ossia capace di tradurre ogni
intenzione formatrice e suscitazione interiore in virtù delle abilità
acquisite, ma avvertendo che si trattava di una memoria labile, capace
di tradimenti meccanici. Come dire incline alla ripetizione meccanica
dei movimenti e, dunque, al deflusso nello stereotipo strutturale.
Occorreva dunque rinforzarne la memoria con l'esercizio continuo, per
tentare un'ulteriore progresso verso la meta, peraltro inattingibile,
della pienezza organica della linea fluente, a un tempo sorgiva, per
vitalità, e assoluta nel suo tracciato spaziale. Pena, come si è
detto, l'inerzia espressiva o la cifra formalista, fantasmi da Tono
esorcizzati con la ricerca di sempre diverse risposte linguistiche e
soluzioni immaginarie al riproporsi dei medesimi motivi ispiratori nel
seguito delle stagioni creative dall'artista sempre rigenerate alle
fonti della vita e della cultura, incontrando da viaggiatore provveduto
(lo notava, da par suo, Leonardo Sciascia, evocando Goethe e Stendhal a
proposito delle peregrinazioni siciliane dell'artista) e con eguale
partecipazione gli uomini e le civiltà presenti e passate, sul piano
della comune problematica esistenziale e del costume e attraverso le
espressioni del loro ingegno creativo, soprattutto la letteratura, la
musica, l'arte. Piuttosto che un'abilità, conta pertanto che la mano
apprenda una filosofia del fare in sintonia con la mutevole
orchestrazione del cuore e della mente, nei diversi momenti del divenire
d'un uomo che non intenda come un accidioso passaggio l'avventura della
vita. Sicché la probità della mano sottende un rapporto attivo e
creativo di una sensibilità avvertita con il mondo fenomenico e quello
complementare dell'umano, per Tono depositario di valori morali e
culturali da difendere contro ogni aggressione "modernista" e
riduzione pragmatica a mercé di scambio da giocare nei palazzi del
potere politico ed economico. Il disegno si configura dunque come una
modalità della conoscenza e della comunicazione concepite in una
visione integrata la cui sintesi è la definizione formale del
linguaggio grafico.
A vederlo all'angolo del tavolo di cucina, suo "laboratorio"
privilegiato nella casa di via Baracca, intento a vergare senza
apparenti incertezze o intoppi esecutivi intere risme di carta,
instancabile nel trovare variazione del motivo prescelto, Tono sembrava
totalmente abbandonato al disegno, estraneo all'ambiente circostante,
quasi la mano ubbidisse a un automatismo, svincolata dall'intenzione
formatrice. In realtà Tono manteneva un delicato equilibrio tra
vigilanza e abbandono, sempre presente alla logica del processo
formatore, che vive di scelte repentine e di scarti non rilevabili da un
osservatore esterno. Ricordo una lezione di fenomenologia della tecnica
espressiva e di pedagogia dell'errore che mi dette in tutta semplicità:
quando sbagli una linea, non interrompere il movimento della mano,
mettile accanto la linea giusta che da quella errata riceverà impulso e
vigore. L'errore, o la sgrammaticatura che dir si voglia, entrava a far
parte della sua sintassi come un segno flagrante e fragrante della vita:
occasione, anzi, per rilanciare il ritmo formatore con immediate
soluzioni alternative non di rado di un certo incremento creativo, e
magari momento aurorale di un nuovo stilema destinato a svilupparsi in
modo autonomo e a entrare stabilmente nel repertorio, invero fittissimo,
del suo ventaglio grafico. L'oscillazione tra il controllo rigoroso
della partitura e l'insorgenza emotiva del gesto per così dire carico
di energia primaria, faceva parte della persona Zancanaro, del suo
carattere e del suo stile di vita, prima che dell'artista. A cominciare
dall'aspetto fisico. O meglio dall'immagine del proprio aspetto fisico
che Tono amava dare non senza una punta di civetteria. Scrivevo altrove
di una sua "oculata trasandatezza" come di un habitus
funzionale non tanto alla costruzione del "personaggio",
secondo i dettami della stravaganza sempre producente sul piano
dell'attenzione pubblica oggimai mediatica, quanto al cultore della
bellezza che si indovina o si intravede tra le pieghe del reale - e
delle sue difformità e devastazioni indotte dalla rapina del tempo e
dell'uso - come una condizione aurorale latente in ogni manifestazione
dell'essere: data come un privilegio del corpo nell'età adolescenziale,
quando incerto è il confine tra i sessi, e attinta dall'uomo ogni volta
che il suo genio creativo ha prodotto un'opera d'arte di irripetibile
identità.
La bellezza non è della natura nella sua estesa varietà fenomenica.
Tono ha sempre avuto una scarsa attenzione al paesaggio, che non fosse
l'ambiente modellato e abitato dall'uomo in qualche modo partecipe del
divino. Una connotazione, questa, che rimanda direttamente alla fase tra
dionisiaca e apollinea del percorso di Zancanaro, quando i luoghi
dall'artista assiduamente frequentati, dalla Lucani alla Sicilia, dalla Toscana al Veneto nativo e ad altri siti
del mondo visitati dalla grazia della civiltà, si fanno teatro ove si
mostrano e stanno comprese della loro bellezza androgina, creature non
ancora sfiorate dalla malinconia del tempo che fugge, nessun'ombra
offuscando la luce lunare o solare che assiste ai loro convegni amorosi
nell'idillio dell'ora. La bellezza non è tuttavia loro prerogativa,
nell'immaginario di Tono. Ne è anzi in qualche modo partecipe anche
l'umanità affaticata nel "mestiere di vivere" contro la
stessa natura (vedi il Polesine allagato) e nella società oppressiva e
discriminante, poiché nei disegni di Tono degli anni Cinquanta essa
appare comunque portatrice di una fierezza, di una civiltà dei modi e
della parola sulle quali l'artista è sempre pronto a scommettere, circa
la prospettiva del futuro. E ciò per sua intima proiezione spirituale,
al di là dell'impegno politico - artisticamente non allineato sugli
stereotipi populisti del realismo allora corrente - pur affrontato con
la convinzione di servire una giusta causa e mantenuto senza flessioni,
nonostante la mutazione in atto nella sinistra italiana, sino agli
ultimi giorni della sua esistenza.
Non che manchino gli inserti drammatici e allucinati nell'opera di Tono.
Basterebbe pensare alle incisioni dei Partigiani impiccati, ai
dipinti e ai disegni degli sventramenti urbani, a certi piccolissimi
disegni della nonna morta per assegnare un posto di rilievo alla sua
opera nel versante della visionarietà tragica dell'arte italiana del
Novecento. Del resto, esiste un Tono notturno che si aggira tra il Pra'
della Valle e i portici padovani a raccontare le ombre fattesi figure
inquietanti, mentre le figure dormienti, raccolte nella loro solitudine
di diseredati, diventano ombre enigmatiche, al pari delle statue di eroi
e di santi e di angeli svettanti sulle colonne del Pra' o al culmine
delle chiese di Padova, di Venezia, di Roma, cui la luce tagliente
imprime l'animazione stranita degli ectoplasmi, mentre sono i simulacri
delle glorie mortali. Vorrei però rilevare come anche questo Tono
attraversato da lampi mercuriali conserva una presenza di spirito che
non accetta l'ineluttabilità del male, così come non si arrende alla
pervicacia della violenza e all'ottusità del potere, pure immanenti
all'uomo e alla sua condizione. Uno scarto morfologico, un'accentuazione
luministica, una dilatazione visionaria fanno scattare l'immagine e
sulla scena irrompe la "grazia" dell'intelligenza critica, ora espressione di una risentita pietas che
nulla concede alla retorica del sentimentalismo pur psicologicamente
motivato del realismo di genere, ora governata da un'ironia tagliente
per cui si permuta nel grottesco di una bellezza stravolta quel regno
desolante di umanità deprivata. C'è un'irriducibile valenza di
bellezza estetica anche nei cicli del Gibbo (1937-45) e dei Demopretoni
(1945-46) strettamente conseguenti, con i quali Zancanaro stigmatizzava
il fascismo nella figura elefantiaca del Gibbo-Mussolini e prefigurava
l'avvento della lunga era democristiana. Straordinari disegni, di
estrema raffinatezza grafica, nei quali le due componenti, la realistica
e la dionisiaco-apollinea, della personalità di Tono si risolvono in
una sintesi che di ciascuno assussume l'aspetto più significativo.
Predomina nel primo ciclo la componente realistica in accezione
fescennina e carnascialesca, con l'esibizionismo tronfio di una
virilità feticistica incarnata nella figura fìsica del Duce; nel
secondo lo scioglimento edipico dell'imago materna con la celebrazione
vitalistica di una sessualità turgida e fecondante, di cui partecipano
attori finalmente avviati alla realizzazione della loro identità. E si
profila la figura positiva della Levana, progenitrice dell'intera
galleria femminile di Tono, con la discesa purgatoriale del Gibbo nella
degradazione dell'umano. Nel fitto ritmarsi delle figure nello spazio e
delle tavole nella successione dei fogli, si ha l'immagine più
eloquente del processo formatore zancanariano. Ossia la visibile
proliferazione gemmante delle forme, che generate da nuclei ideali, con
crescita fisiologica di memoria lineare orientale innescano balletti
euritmici e una melopea dalle cadenze variegate. Siamo qui alla
scaturigine dell'arte di Zancanaro, almeno di quella vocata alla
compiutezza armonica delle volumetrie che, per il loro dispiegarsi nello
spazio - che per esse pulsa, enfiandosi, e per questo esiste -appaiono
una sorta di celebrazione dell'Eros liberato. Il repertorio linguistico
è di una rara facondia e ricchezza lessicale: preziosa e olimpica a un
tempo.
E preziosa per la finezza degli ornati di cui sono trapuntate più che
disegnate talune partiture, ove la varietà morfologica e di tessitura
del segno qualifica con cangiante raddensamento grafico aree graduate
dal nero al grigio velato e, infine, al bianco assoluto del foglio. Come
dire a una luce che appare la più notabile, tra le gemme incastonate -
per corone e raggiere, per selve ricciolute e ciocche, per grani e
satinature di segni - sulle membra opulente e le loro gibbosità e
protuberanze, idrofìsie e appendici, epe adipose e mammelle enfiate,
sessi turgidi e di straordinaria motilità: morfemi di un lessico
corporale i cui equivalenti sono da ricercarsi in Rabelais e in Swift,
in Ruzante, in Giulio Cesare Croce e in Petronio, sul piano d'una
semantica dell'anatomia applicata alla metafora sociale ed esistenziale,
sotto specie satirica e fantastica, e con il corredo d'ordinanza delle
flatulenze e delle eruzioni, degli spurghi e dei vomiti, delle minzioni
e delle eiaculazioni e di quant'altri sonorità e liquide emissioni
appartengono al codice corporale.
E olimpica - la forma grafica - per la sicurezza e la solennità con cui
la linea sottile e marcata procede alla sua meta spaziale, continua nei
tracciati che la conducono alla determinazione dei volumi e, dunque, ai
fondamenti strutturali dell'impianto compositivo. La cui architettura ha
in Zancanaro una saldezza intangibile: non una saldatura è
approssimata, non uno snodo grafico risulta estraneo alla logica
costruttiva dell'edificio.
Anche dove le figure si involano, con una leggerezza aerostatica che non
infirma la loro tettonica complessione, la scena mantiene una sua
compostezza olimpica che rende estraneo ogni turbamento psicologico,
ogni scarto emotivo; ne v'ha smarrimento davanti al vuoto del cielo,
nelle figure che si ergono a mo' di monolito o in quelle che, come
dolmen o archi trilitici, i propri corpi congiungono in tenace amplesso;
ne ancora si perde il senso ultimo d'ordine laddove i corpi in più
serrati grovigli consumano l'orgia erotica e si accavallano e si
intrecciano e si disarticolano le membra in una antologia da tempio
istoriato indiano delle posizioni amorose, veicolo di compimento
spirituale per la congiunzione armonica dei corpi. L'immaginazione
"edificatoria" di Tono non ha limiti, quando utilizza le forme
corporali come materiali costruttivi di monumenti alla fecondità e
all'immagine solare della compiutezza.
In Cina come tra i contadini padani, in Russia, in Sicilia, Tono sempre
ha cercato e incontrato la gente, per soddisfare un suo acuto
"egoismo" amicale, il bisogno di sentirsi circondato dagli
altri, coinvolto in una sfera di relazioni umane cui la sua
umanità sapeva imprimere i sigilli della più schietta e nobile
autenticità. Occorre ricordare gli slanci e la liberalità di Tono, per
capire la sincerità del suo realismo e la portata di verità di ogni
momento della sua giornata, di ogni versante dell'opera sua sconfinata,
che appare non solo singolare per altezza di stile e originalità di
mondo poetico, ma sbalorditiva per vastità e varietà di interessi e di
ricerche, oltre che per eccellenza tecnica e formale. Credo che non sia
inopportuno ribadire la natura squisitamente popolare (che vuol dire di
un'aristocrazia morale e intellettuale) di un Maestro che ha saputo da
autodidatta pervenire a risultati di somma raffinatezza e rivelarsi,
scriveva Giovanni Comisso: "degno di dipingere vasi e piatti greci
da rimanere immortali" (Catalogo Galleria del Teatro, Parma 1968).
E sarà bene avvisare che la qualificazione popolare della personalità
di Tono travalica la circostanza d'essersi il suo ingegno esercitato in
ambito realistico e su temi di diretto rimando sociale, come nel caso
del periodo che comprende i disegni della Cina. L'appartenenza popolare
discende piuttosto dalla capacità tutta zancanariana di entrare in
sintonia con la più tesa e pulsante realtà umana: di interpretarne, e
sarebbe meglio dire viverne, ansie e aspirazioni, cultura e tradizioni.
E questo da sempre. Sin dagli esordi fiorentini, nel '35, presso Rosai,
l'artista del quotidiano inchiodato al destino della solitudine,
impotente a reagire perché - forse - non sorretto da sufficiente
tensione Ulteriore, dalle risorse d'una coscienza risentita e anche
dolente, però vitale e pronta a scoprire la piaga delle mistificazioni
con l'acuta penetrazione della parola, del gesto, dell'ironia, doti che
Tono possedeva in modo nativo e per averle attinte alla consuetudine
culturale con i Ruzante i Folengo, i Rabelais, i Belli. La traduzione di
tali dati in un linguaggio umorale e corposo segna la demarcazione
dall'iniziale rosaismo, riscontrabile nelle figure che negli anni Trenta
Tono eseguiva con una determinazione plastica densa e chiusa, specie
nelle ambientazioni notturne già ricordate al Pra' della Valle, sullo
sfondo delle chiese che consentivano eloquenti contrasti tra l'immanenza
d'una condizione umana compressa e l'ipotesi d'una risoluzione
ultramondana gestita dal potere, grottescamente tragica nella sua
improbabilità. Si è detto linguaggio umorale e corposo, ma non
mancheranno le inflessioni elegiache, grottesche e quant'altre, sempre
mantenute in sicuro equilibrio tra restituzione realistica e
trasfigurazione immaginativa: una misura sottile che Tono perfezionerà
nel suo lungo magistero di stile, indefinitamente sino agli ultimi
giorni di vita. Un sicuro equilibrio, tra senso della realtà e
proiezione immaginativa, Tono ha saputo mantenere altresì nel proprio
impegno politico: immerso nella storia - come ha chiarito Ranieri Varese
(Catalogo Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1972) - e immerso totalmente,
come artista e come uomo, ma con coscienza e vigilanza critica (ecco
l'immaginazione!), come chi vuol misurarsi con le cose, giudicarle e
sceglierle. In questo approccio critico al reale, Tono si è mosso con
strumenti linguistici di registro diversificato e polivalente, sempre
però in organica coerenza poetica. Così, nel ciclo che Montella
definisce "realistico o della condizione umana" (Catalogo
Gabinetto Disegni e Stampe, Università di Pisa 1964), il segno si
organizza con ben altra intenzione da quella meramente denotativa o
illustrativa e con ben altra carica e intensità da quella puramente
ideologica e discorsiva. Il fantastico traspare tra le maglie
realistiche, anzi scaturisce dall'interno della forma quale specifica
accentuazione espressiva, e si guardino le composizioni con Partigiani
impiccati, nelle quali l'evento acquisisce tragicità per essere
ambientato in piazze irreali, su sfondi di chiese irte di guglie, contro
cieli notturni elettrizzati da luci radianti e folgoranti. Per contro, i
registri del satirico e dell'apollineo non sono tenuti esclusivamente
sul piano della metafora grottesca o della satira politica e di costume
il primo; su un grafismo di raffinato e formalistico edonismo il secondo
(dalle Levane alle Brunalbe alle Maselinuntee). Neanche
è condotto su percorsi disancorati dalla realtà un altro importante
versante che appare pur affidato al gioco fantastico delle dilatazioni e
delle allucinazioni, e intendo le immagini dei monumenti e piazze
padovani, della Roma barocca (Piazza Navona) dalle chiese gremite
di santi in epilettica concitazione, simili alle statue che fanno corona
nel Pra' della Valle o ai mostri concitati di Villa Palagonia, a
Bagheria, luoghi che diresti "rivisitati" tutti, liberamente
reinventati se non costituissero una "lettura" coltissima ed
efficace, e quindi concreta, di alcuni momenti della storia dell'arte e
dell'uomo. Laddove, insomma, la fantasia di Tono pare esuberante e
incontenuta, si mantiene un'aderenza alla realtà che, per quanto sui
generis e di non immediata individuazione, sottende il fare stesso
dell'artista, come una condizione interna al processo creativo.
Il fatto è che il meccanismo mentale di Tono artista faber (non
si dimentichi che egli amava definirsi, senza compiacimenti retorici, un
"operaio della pittura") pare procedere per automatismi e
accumulazione di immagini, invece nasconde, col vigile senso
costruttivo, una tesa necessità conoscitiva. A calarsi idealmente in un
"ambiente" zancanariano, disattivando la nostra logica
consequenziale, si coglierebbe un'immagine attendibile del modo con cui
l'artista esperiva e organizzava la realtà. Un modo sconcertante,
forse, ma certamente vero, in quanto composto non solo
dall'immagine delle cose quale comunemente e banalmente noi le vediamo,
ma dai depositi psichici, dalle filtrazioni mnemoniche, dalle proiezioni
psicologiche che quell'immagine investono e che comunemente rimangono
inespresse, se non inintuite.
Il senso realistico dell'arte di Zancanaro scaturisce dunque da un atto
percettivo che investe la globalità del reale, anche quello sociale, ed
è confermata, tale vocazione alla globalità percettiva, e quindi
espressiva, dalla credibilità che mantengono le immagini anche le più
fantastiche. Dal che discende che Zancanaro rifugge dai giochi
intellettualistici della sorpresa, dell'associazione di oggetti e
concetti incompatibili, dallo straniamento cui ricorrono i procedimenti
creativi di tipo surreale. Non c'è stato, forse, artista italiano
contemporaneo più di Zancanaro oculato e consapevole del
"fare" artistico, e non svii l'apparente sua prolificità, ne
la scioltezza della mano che sapeva percorrere con naturalezza sorgiva
il foglio immacolato. Quella naturalezza era semmai il segno d'una ormai
posseduta e coltissima razionalità costruttiva supportata da maturità
poetica, qualità che consentono di flettere la fantasia al servizio di
un'idea dell'arte come luogo di continuità della spiritualità umana.
In questa prospettiva, Zancanaro ha saputo reperire alla concitata
esistenza dell'uomo un nuovo spazio di bellezza e di serenità: nei suoi
prolungati colloqui padovani e cinesi e siciliani Zancanaro ha cercato e
trovato una misura dell'uomo sempre attuale, riconquistando un porto di
integrità e di armonia direttamente e definitivamente reinserito nel
più civile sentimento della storia e della cultura.