Ricordo con precisione il giorno in cui, giovane studente nell'età del
malessere e del tempo dilatato, bighellonando per il centro senza una
meta precisa, finii alla presentazione di una cartella di litografìe di
Tono Zancanaro; Le Brunalbe, edite da Neri Pozza. Rimasi
immediatamente affascinato dalla bellezza apollinea e gentile di queste
fanciulle solari, irraggiungibili. Mi sembrava che emergessero da un
luogo inesistente, da una terra che diveniva favolosa solo per il fatto
che loro esistevano, e che certo non era per noi, anzi escludeva fin
dall'inizio la possibilità che potessimo essere abitatori di un tale
lido; fin da allora mi resi conto che l'autore di questi capolavori non
poteva che essere un grande artista. Siccome era lì presente, ebbi
l'opportunità di parlargli. Mi ero già fatto un'idea fìsica di lui
fin da subito, prima di incontrarlo; appena viste le sue opere infatti
avevo fantasticato su che aspetto potesse avere un tale artista,
probabilmente in associazione automatica lo immaginavo forse ideale
partner di tutte le Brunalbe, e non molto dissimile dalle immagini
maschili, seminascoste, in atto di irrompere da una quinta secondaria
nello scenario del mondo dove quegli esseri stupendi e tutte le altre
protagoniste agognate si manifestavano, esibivano la loro grazia
abbellendo il creato insieme ai loro amici carusi; sì, lì spesso appariva Autotono, con la
pretesa di esistere, di non essere escluso dal gioco, partecipante se
non compagno esclusivo delle protagoniste. Perciò restai meravigliato
che fosse non un giovane ancora adolescente, ma un uomo già maturo per
quanto giovanile.
Fin dal primo momento si dimostrò aperto e disponibile. Quando gli
dissi che abitavo nei pressi di piazzale S. Giovanni mi invitò subito
ad andare a trovarlo nella vicina via Baracca, dove mi recai qualche
giorno dopo. In dieci minuti di passeggiata arrivai alla sua casa in
ristrutturazione. Credo che proprio in quel pomeriggio avessero finito
di sistemare la statua sopra la porta d'ingresso, e infatti dovunque
giacevano ammassati gli arnesi di muratori e imbianchini. Mi fece
entrare da una porta laterale dove aveva sistemato uno studio
provvisorio a piano terra, ingombro di allegro e interessante disordine.
Ciò che mi colpì immediatamente di lui fu la maniera sbrigativa con
cui parlava il dialetto, la rapidità nel fornire soluzioni ai problemi
piccoli e grandi, la schiettezza nell'esprimersi, evitando la medietas
tipica dei padovani. Ma quello fu soltanto un primo assaggio, da cui
trassi un'idea complessa rendendomi conto dell'importanza per un giovane
studente di poter frequentare ed essere ammesso anche solo a parlare con
una "coscienza" di tale livello. Ero d'altronde di fronte al
più clamoroso artista che Padova abbia espresso nel secolo ventesimo.
La seconda volta non fui molto fortunato. Già dal primo saluto dimostrò
una gran fretta dicendomi perentorio e poco diplomatico:
- Me despiase che me toca mandarte suito fora dai cojoni.
In seguito andò meglio, anche perché mi facevo precedere da una
telefonata e lui al solito quando era libero non si faceva pregare, mi
faceva entrare in fretta, mi ordinava di seguirlo, oppure di aspettarlo.
Spariva, attraversava la strada, entrava in un'altra casa, forse di
parenti, chiamava a gran voce qualche donna, qualche fantesca che
portava una bottiglia di vino bianco. Poi ci immergevamo nella
contemplazione delle opere: le Brunalbe, i carusi, incisioni e chine
finissime, di straordinaria felicità, di sempre innovante invenzione
pur nell'idioletto riconoscibile a una prima occhiata. Tono mi parlava delle opere che aveva
realizzato negli anni precedenti, e specialmente di quelle che
riguardavano il suo viaggio in Cina, l'alluvione del Polesine, le
mondine. Inoltre un argomento che lo ossessionava era la laguna di
Venezia: riusciva a dare a quei disegni e incisioni una luce
particolare, quella tranquilla che anche Canaletto, Bellotto e Visentini
avevano visto, con in più qualcosa di spettrale, come se la volesse
fermare durante un'eclisse. Nelle varie occasioni ebbi modo a
volte, aspettandolo, di parlare coll'anziana madre Colomba che mi
raccontava delle bellissime storie; altre volte era invece Cono Nuzzo a
ricevermi, poi arrivava Tono. Un giorno, che aveva appena fatto il
bagno, da sotto la camicia a quadratini rossi aveva la pelle
letteralmente coperta di boro talco prorumato; parlava sempre a scatti,
mi intimava di stare seduto in un angolo mentre finiva a pennello una
laguna riflettente trasparenze luminose, oppure tracciava in punta
sottilissima efebici profili. Presto cambiai abitazione, i nostri
incontri si diradarono, ma continuò l'amicizia e la collaborazione che
sarebbe sfociata, nel fatidico 68, in una serie di ben dodici
illustrazioni dedicate a miei scritti in poesia e in prosa, alcuni
ancora inediti. A un'altra storia che lesse più tardi, dedicò una
bellissima lastrina della serie Akreidee; infine, nell'ottanta,
gli portai un racconto ambientato all'epoca delle migrazioni dei popoli
mesopotamici, quando fu scoperto il ferro: un'armata nel deserto assale
e depreda una carovana che trasporta merci strane, di nessun valore,
assieme a molte prigioniere bellissime, di alta condizione. Quando andai
a trovarlo per chiedergli cosa ne pensasse mi fece aspettare un bel po'.
Finalmente giunse dichiarando che aveva molta fretta perché doveva
finire un certo lavoro su Leopardi, bruscamente mi disse anche di
starmene zitto e di lasciargli ascoltare il vinile di musica classica.
Ammutolii ormai avvezzo, e lui prese di buon umore canticchiando a
lavorare. Era concentrato sui versi: "tutta vestita a festa la
gioventù del loco... e mira ed è mirata e in cor s'allegra".
Rapinosamente sembrava prendere appunti disegnando nudi delicati, in un
reciproco atteggiamento ispezionistico degno di Gauguin.
Osai dire: - Per la verità questa gioventù non è "vestita a
festa".
Alludevo alle molte scherzose discussioni sul nudo che avevamo avuto in
varie circostanze. Una volta Tono si era inquietato a causa della mia
gimnofobia, al punto che aveva ritratto Francesco e Cecilia, i
protagonisti di un'altra mia storia, purtroppo coperti di sciarpe e
cappotti, la sua vendetta sottile. Quel giorno continuò a disegnare
burbero in silenzio, ma gli era piaciuta l'immagine di quelle
prigioniere d'alto rango, fanciulle piene d'amore destinate ad essere
sacrificate per rendere, secondo la credenza, invincibili le spade che
le avevano trafitte. Nacque dopo pochi giorni un'incisione molto simile
a quelle della serie leopardiana, con tre giovani personaggi senza
cappotto, seri, consci della propria bellezza e nello stesso tempo quasi
feriti da un'indicibile angoscia. E rimasta fino ad oggi inedita come il
racconto che l'ha ispirata: Prima storia di Suppliuma, che oggi,
a diciannove anni di distanza, vedrà finalmente la luce. Ormai il mio
lavoro mi portava lontano, esule in altre terre, nella Repubblica
Popolare cinese che lui aveva visitato negli anni cinquanta. In quel
vasto paese molte volte ebbi occasione di pensare alle sue ninfee
visitando il Lago dell'Ovest, il porto fluviale di Shanghai, oppure
assistendo alle incredibili (ma noiose) acrobazie di fanciulle
vestitissime che mi pareva già di conoscere, perché le avevo viste
immobili, a testa in giù nei suoi disegni.