I miei colloqui con Tono
di
Luciano Trosio

TONO ZANCANARO Antologica.

a cura di Nicola Micieli,
con una memoria di Luciano Troisio.
Caleidoscopio, Viareggio

Codice pubblicazione A S T Z: 4189

bibliografia dell'autore I miei colloqui con Tono


Ricordo con precisione il giorno in cui, giovane studente nell'età del malessere e del tempo dilatato, bighellonando per il centro senza una meta precisa, finii alla presentazione di una cartella di litografìe di Tono Zancanaro; Le Brunalbe, edite da Neri Pozza. Rimasi immediatamente affascinato dalla bellezza apollinea e gentile di queste fanciulle solari, irraggiungibili. Mi sembrava che emergessero da un luogo inesistente, da una terra che diveniva favolosa solo per il fatto che loro esistevano, e che certo non era per noi, anzi escludeva fin dall'inizio la possibilità che potessimo essere abitatori di un tale lido; fin da allora mi resi conto che l'autore di questi capolavori non poteva che essere un grande artista. Siccome era lì presente, ebbi l'opportunità di parlargli. Mi ero già fatto un'idea fìsica di lui fin da subito, prima di incontrarlo; appena viste le sue opere infatti avevo fantasticato su che aspetto potesse avere un tale artista, probabilmente in associazione automatica lo immaginavo forse ideale partner di tutte le Brunalbe, e non molto dissimile dalle immagini maschili, seminascoste, in atto di irrompere da una quinta secondaria nello scenario del mondo dove quegli esseri stupendi e tutte le altre protagoniste agognate si manifestavano, esibivano la loro grazia abbellendo il creato insieme ai loro amici carusi;
sì, lì spesso appariva Autotono, con la pretesa di esistere, di non essere escluso dal gioco, partecipante se non compagno esclusivo delle protagoniste. Perciò restai meravigliato che fosse non un giovane ancora adolescente, ma un uomo già maturo per quanto giovanile.
Fin dal primo momento si dimostrò aperto e disponibile. Quando gli dissi che abitavo nei pressi di piazzale S. Giovanni mi invitò subito ad andare a trovarlo nella vicina via Baracca, dove mi recai qualche giorno dopo. In dieci minuti di passeggiata arrivai alla sua casa in ristrutturazione. Credo che proprio in quel pomeriggio avessero finito di sistemare la statua sopra la porta d'ingresso, e infatti dovunque giacevano ammassati gli arnesi di muratori e imbianchini. Mi fece entrare da una porta laterale dove aveva sistemato uno studio provvisorio a piano terra, ingombro di allegro e interessante disordine. Ciò che mi colpì immediatamente di lui fu la maniera sbrigativa con cui parlava il dialetto, la rapidità nel fornire soluzioni ai problemi piccoli e grandi, la schiettezza nell'esprimersi, evitando la medietas tipica dei padovani. Ma quello fu soltanto un primo assaggio, da cui trassi un'idea complessa rendendomi conto dell'importanza per un giovane studente di poter frequentare ed essere ammesso anche solo a parlare con una "coscienza" di tale livello. Ero d'altronde di fronte al più clamoroso artista che Padova abbia espresso nel secolo ventesimo. La seconda volta non fui molto fortunato. Già dal primo saluto dimostrò una gran fretta dicendomi perentorio e poco diplomatico:
- Me despiase che me toca mandarte suito fora dai cojoni.

In seguito andò meglio, anche perché mi facevo precedere da una telefonata e lui al solito quando era libero non si faceva pregare, mi faceva entrare in fretta, mi ordinava di seguirlo, oppure di aspettarlo. Spariva, attraversava la strada, entrava in un'altra casa, forse di parenti, chiamava a gran voce qualche donna, qualche fantesca che portava una bottiglia di vino bianco. Poi ci immergevamo nella contemplazione delle opere: le Brunalbe, i carusi, incisioni e chine finissime, di straordinaria felicità, di sempre innovante invenzione pur nell'idioletto riconoscibile a una
prima occhiata. Tono mi parlava delle opere che aveva realizzato negli anni precedenti, e specialmente di quelle che riguardavano il suo viaggio in Cina, l'alluvione del Polesine, le mondine. Inoltre un argomento che lo ossessionava era la laguna di Venezia: riusciva a dare a quei disegni e incisioni una luce particolare, quella tranquilla che anche Canaletto, Bellotto e Visentini avevano visto, con in più qualcosa di spettrale, come se la volesse fermare durante un'eclisse. Nelle varie occasioni ebbi modo a volte, aspettandolo, di parlare coll'anziana madre Colomba che mi raccontava delle bellissime storie; altre volte era invece Cono Nuzzo a ricevermi, poi arrivava Tono. Un giorno, che aveva appena fatto il bagno, da sotto la camicia a quadratini rossi aveva la pelle letteralmente coperta di boro talco prorumato; parlava sempre a scatti, mi intimava di stare seduto in un angolo mentre finiva a pennello una laguna riflettente trasparenze luminose, oppure tracciava in punta sottilissima efebici profili. Presto cambiai abitazione, i nostri incontri si diradarono, ma continuò l'amicizia e la collaborazione che sarebbe sfociata, nel fatidico 68, in una serie di ben dodici illustrazioni dedicate a miei scritti in poesia e in prosa, alcuni ancora inediti. A un'altra storia che lesse più tardi, dedicò una bellissima lastrina della serie Akreidee; infine, nell'ottanta, gli portai un racconto ambientato all'epoca delle migrazioni dei popoli mesopotamici, quando fu scoperto il ferro: un'armata nel deserto assale e depreda una carovana che trasporta merci strane, di nessun valore, assieme a molte prigioniere bellissime, di alta condizione. Quando andai a trovarlo per chiedergli cosa ne pensasse mi fece aspettare un bel po'. Finalmente giunse dichiarando che aveva molta fretta perché doveva finire un certo lavoro su Leopardi, bruscamente mi disse anche di starmene zitto e di lasciargli ascoltare il vinile di musica classica. Ammutolii ormai avvezzo, e lui prese di buon umore canticchiando a lavorare. Era concentrato sui versi: "tutta vestita a festa la gioventù del loco... e mira ed è mirata e in cor s'allegra". Rapinosamente sembrava prendere appunti disegnando nudi delicati, in un reciproco atteggiamento ispezionistico degno di Gauguin.
Osai dire: - Per la verità questa gioventù non è "vestita a festa".
Alludevo alle molte scherzose discussioni sul nudo che avevamo avuto in varie circostanze. Una volta Tono si era inquietato a causa della mia gimnofobia, al punto che aveva ritratto Francesco e Cecilia, i protagonisti di un'altra mia storia, purtroppo coperti di sciarpe e cappotti, la sua vendetta sottile. Quel giorno continuò a disegnare burbero in silenzio, ma gli era piaciuta l'immagine di quelle prigioniere d'alto rango, fanciulle piene d'amore destinate ad essere sacrificate per rendere, secondo la credenza, invincibili le spade che le avevano trafitte. Nacque dopo pochi giorni un'incisione molto simile a quelle della serie leopardiana, con tre giovani personaggi senza cappotto, seri, consci della propria bellezza e nello stesso tempo quasi feriti da un'indicibile angoscia. E rimasta fino ad oggi inedita come il racconto che l'ha ispirata: Prima storia di Suppliuma, che oggi, a diciannove anni di distanza, vedrà finalmente la luce. Ormai il mio lavoro mi portava lontano, esule in altre terre, nella Repubblica Popolare cinese che lui aveva visitato negli anni cinquanta. In quel vasto paese molte volte ebbi occasione di pensare alle sue ninfee visitando il Lago dell'Ovest, il porto fluviale di Shanghai, oppure assistendo alle incredibili (ma noiose) acrobazie di fanciulle vestitissime che mi pareva già di conoscere, perché le avevo viste immobili, a testa in giù nei suoi disegni.

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