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I NOTTURNI DI TONO |
Omaggio a Tono Zancanaro Associazione Pro Sacile |
| bibliografia dell'autore | |
Mi ha sempre affascinato di Tono la visione notturna, densa di voci, di accadimenti, o anche solo d’atmosfera, tagliata e animata da brevi lame di luce: notturni corposi nei carboncini degli anni ‘36 e ‘37, notturni più ‘liquidi’, dilatati sulle chine a pennello e a tratto, con tante lune (vicino a Piazza Navona aveva un giorno scoperto Piazza delle cinque lune: “Ho pensato allora che potevo farne tante anch’io!”) e molte figure, in cielo e in terra, a volte sulle facciate delle case, sui cornicioni o alle pareti delle abitazioni in abbattimento (I divoratori di case), come impronte di chi vi viveva, ma anche suggestiva memoria delle case affrescate, della Padova Urbs Picta, come pure di Palazzo Farnese, Ambasciata di Francia,illuminato asera per far emergere in piazza l’affascinante scorcio scenografico della Galleria con gli affreschi dei Carracci e del Domenichino. I notturni estivi ma anche autunnali e invernali di Prato della Valle, prima, luogo di ritrovo di emarginati e di militari in attesa dell’alba, e poi di Piazza Navona, i notturniin treno (Tono amava molto viaggiare e preferiva farlo di notte per guadagnare tempo), i notturni delle più amate vie di Padova (via della Pieve, via sant’Eufemia , il Portello, la Croassia, Porta Savonarola e dintorni, il Santo, Santa Giustina, il Carmine, la Corte Lando, la Loggia Cornaro, S. Maria delle Grazie), i magici, intensissimi notturni delle Levane, i notturni nel Polesine alluvionato, quelli di Shangai, l’epopea notturna dei mostri palagonesi, e poi le straordinarie sequenze dedicate all’anima femminile e all’adolescenza, da Aelle a Brunalba e Brunanotte, dalle Circi alle Poppee, dalle Selinuntee alle Mozie e alle Metapontine, momenti di un canto continuo, ora solare ora lunare, o a volte in compresenza di sole e luna, alla Magna Grecia, all’armonia esistenziale, ai fermenti di unirrinunciabile sogno, di utopica partecipazione alla natura naturans , di immersione panica. Un grande foglio (mm 400x500) del 1955, dipinto a china a penna, è dedicatoa Federico Chopin e alla sua musica, agli Studi (in particolare il n°1 op. 10), ai Preludi, alle Polacche e ai Notturni. E’ un notturno in Prato della Valle, con Santa Giustina, e case e portici istoriati,una statua equestre sulla sommità di una torre a colombaia, e ben nove lune in cielo, angeli crociferi ‘irritati’ sulle cupole e sui campanili. Testimonia la passione musicale di Tono (coltivata nel rapporto col musicista lino Filippini e nel dialogo frequente col nipote Sylvano Bussotti, musicista e musicologo oltre che bravissimo grafico, così come il disegno a matite colorate e la pittura avevano avuto come riferimento iniziale il nipote Renzo)e attesta la sua predilezione per Chopin eper i Notturni (anche quelli di Debussy e di Beethoven, naturalmente), ma non più intesi semplicemente come serenate eseguite al chiaro di luna (Au clair de lune) e sotto le stelle, ma sempre più riferiti al senso profondo della notte, come mistero insondabile, costantemente da esplorare, da penetrare, elemento di poesia e ‘soliloquio’, spia di un’atmosfera tutta interiore, visionaria, aperta sulle profondità dell’anima. “E’ un pittore – ebbe a scrivere il critico Giuseppe Marchiori – che si direbbe vissuto nel notturno recinto fiabesco del Prà della Valle, illuminato da vecchi fanali a olio...: la notte patavina in un clima ottocentesco, in cui apparivano tanti amici scomparsi come fantasmi familiari...”. Il Prato della Valle è il luogo dei racconti e delle evocazioni di Tono, teatro di statue recitanti con le quali dialogano e alle quali si mescolano, a volte si fondono, o si sostituiscono le figure di Tono stesso o di emarginati, per dare enfasi al loro racconto di vita e rendere più partecipi gli astanti e l’osservatore alla storia, all’ambiente, all’atmosfera. Bellissimi i versi di Giulio Alessi, che racconta di Tono in Prato nel volumetto “Addio Padova”, Rebellato,Cittadella, 1969. “............ La percezione del ‘notturno’, come tempo sospeso di emergenze psichiche, di comprensione del vissuto intimo, di sollecitazione visionaria dell’immaginario e dell’immaginifico, del fantastico, dell’onirico, del dilatarsi degli spazi interiori, dell’acuirsi delle sensazioni e dell’espandersi delle emozioni e delle sinestesie in rapporto alla realtà e veicolatedalla memoria,è alla base della scelta di Tono, ma certamente intervengono a suscitare le sue innumerevoli pagine la tipologia stessa del grandioso monumento illuminista (e massonico) che è il Prato della Valle, con i suoi personaggi in pietra disposti al colloquio, alla recitazione ed esaltazione delle storie cittadine, con le quinte dei suoi enormi platani, con i praticabili dei suoi portici e sottoportici, con il fluire dell’acqua specchiante della sua canaletta; ma senza dubbio anche i meravigliosi cicli di affreschi che fanno di Padova una della più ricche città d’arte al mondo: primi fra tutti quelli della Cappella degli Scrovegni con il racconto di Giotto e i frequenti notturni e ‘sogni’ rivelatori, e quelli della densa penombradel Palazzo della Ragione con il magnifico teatro del ciclo zodiacale che racconta i caratteri, le attitudini, gli umori degli uomini. (“...Non è stata la vecchia Sala della Ragione una delle mie basi formative, di partenza, allora buon alfabeta autodidatta, in cerca di fantasmi per la mia formazione di buon padovano, uomo di cultura e artista?...”, Autopresentazione in catalogo antologica di Padova, 1978). Tono li visitava spesso, con attenzione, e non mancava di scriverne ogni volta che gli era data occasione (si veda la sua rubrica in un periodico padovano dedicata appunto a Padova, nella quale, oltre che della città in generale e della sua lenta “distruzione” a causa delle speculazioni, oltre che di Giotto, del Palazzo della Ragione, di Mantegna e di Tiziano, si occupa del Prato della Valle nei suoi diversi aspetti ma anche del tanto trascurato museo civico, dei suoi tesori d’arte e della sua funzione di termometro culturale, ed è tra i pochissimi apreoccuparsi dei destinidel Museo Bottacin, come generosissima donazione di un privato che si era accontentato della cittadinanza onoraria ( Bottacin era nato a Vicenza nel 1805 e, quindi, ricorre quest’anno il bicentenario della nascita che si spera venga degnamente celebrato). “Un vero museo, dunque, dentro al museo civico.- scriveva Tono - E tuttavia, a dispetto del valore singolare e complessivo dei suoi pezzi (sopra tutto delle sue medaglie e monete), il Bottacin è pressoché ‘sconosciuto’ ai nostri concittadini, che non siano dei cultori specializzati della storia dell’arte... Ci viene infine naturale, qui, di pensare al ‘progresso’ compiuto dalla balda classe dei nuovi e attuali miliardari, ai nostrani per rimanere nella nostra città, che per i tanti miliardi fatti su – e tanto più facilmente e in fretta del semplice cittadino Bottacin – hanno ben altre cure o preoccupazioni che quella di dotare, almeno, gli istituti scientifici o culturali della nostra città. Nessun orgoglio vale, oggi, quello di possedere tanti soldi, sempre più soldi...”. E in altro articolo, così chiudeva : “Gli amministratori della nostra città dovrebbero capire che un po’ di denaro speso per la vita del nostro Museo, per la cultura della nostra città,può e deve essere considerata come una delle spese più positive e feconde di risultati.” Ma era davvero il Prato il luogo prediletto degli incontri e, proprio agli inizi della seconda metà degli anni Trenta, anche il luogo deputato della sua ispirazione, e dell’avvio del suo singolare ‘navegar pitoresco’, “in un’epoca in cui era d’obbligo in tutte le città di provincia il ‘pittore della città’, a cui si voleva affidato il compito di trasmettere un’ immagine locale.” – rilevava giustamente Sandro Zanotto, aggiungendo “Tono forse in quegli anni viene confuso con questi, perché nessuno avrebbe supposto che sarebbe toccato proprio a lui documentare graficamente a Padova la crisi di identità che raggiunse il suo vertice proprio in questo secolo...”. L’atmosfera notturna isola i personaggi dal contesto storico, dagli accidenti quotidiani e li rivela per quello che sono, nella loro piena identità, nelle loro ansie colloquiali, li rende simili se non identici alle statue, o fà le statue simili a loro e con lo stesso desiderio di conversazione, tanto da farle scendere dal piedistallo. Ed è la nottea rendere del tutto credibili e affascinanti le loro disavventure o avventure esistenziali. Ed è il contrasto chiaroscurale a dare loro autenticità di testimonianza. “La verità è questa – spiegò Tono nell’autopresentazione della mostra antologica di Ferrara – che il nero su bianco combaciava meglio con la mia natura di moralista.”. Sul Prato della Valle scrive Tono Zancanaro stesso: “Vive, la grande piazza, nella sua luminosità fresca, leggera e come impregnata di un’ ininterrotta musicalità senza fine; ed è indifferente, sembra, al traffico di uomini e macchine (tutto è così piccolo e rapido) attorno l’ovale di verde intenso e frondoso. Il prà, quello che vorremmo chiamare l’autentico Prà, lascia fare, lascia correre la vita modernaper il suo verso, e aspetta la sera, l’ultima ora del giorno, l’ultima ora di sole ormai declinata al tramonto, l’ora che raccoglie gli amici del prà, la sua gente, che lo popola verso sera, e poi fino e oltre la mezzanotte, quando le ombre gli hanno messo addosso il suo più fantastico vestito: quando cioè le ‘Statue’ che nella luce del giorno risultano troppo solenni nel diretto confronto della gente che si siede e conversa lungo il doppio muretto ai loro stessi piedi, con l’aiuto della notte diventano personaggi autentici e con viva e sensibile presenza popolano lo spazio misurato dei grandi alberi.” E’, quello dei carboncini degli anni ’36 e ’37, ancora il notturno reale, fisico, degli incontri veri appreso da Rosai, piuttosto che quello onirico – con indubbie proiezioni surreali - che tenderà a diventarenelle esperienze successive, quasi certamente dopo il viaggio a Parigi del 1937, l’anno dell’esposizione universale e del grande spettacolo degli artisti surrealisti, che certo Tono non mancò di vedere, forse accompagnato dall’amico medico Giorgio Rubinato. Di sicuro ci fu una visita a Leonor Fini, forse a Lionello Venturi, ma un’anima curiosa e prensile come quella di Tono doveva aver visto molto, molto di più, se pochi anni dopo gli esiti saranno quelli del Gibbo, creatura di complessa solarità che rappresenta il duce e il fascismo in un’osmosi di geniale invenzione con la Gaetana, personaggio del Prato della Valle, malata di elefantiasi, che Tono reinventa da Pero Gibbo e Gibba Pera e fondendola alle donne circensi (la donna cannone, l’ingoiatrice di spade, la Bella Otero, Tamara e il serpente) che si esibivano in Prato della Valle. “...La vardava tuti da l’alto al basso/ come la fusse ‘na regina...” ha scritto dellaGaetana Bruna Cadamuro Zausa in una sua poesia (Letture per Tono, Pomo d’Oro ed. 1986). I carboncini di Tono sono molte centinaia non ancora tutti ritrovati e catalogati Dopo i cicli di chine a tratto del Gibbo e dei Demopretoni ecco Levana, che Tono definì la sua “prima sintesi eros-donna”. Moltissimi sono gli studi che accompagnano le Levane, prevalentemente a tratto in danze ritmate da occhi e bocche, nate dal Satyricon di Petronio e dal secondo importanteinnamoramento di Tono. Tra il 1948 e il 1949 l’ibrido e turbinoso insorgere dell’eroscome ansia di potenza, energia vitale, immaginazione creativa, superamento di ogni inibizione proprio del Gibbo, si acquieta, si addolcisce nella contemplazione de nudo femminile e dei giochi erotici in funzione di una rigenerazione, di una rinascita personale e collettiva. In Levana (il nome è mutuato da una divinità minore dell’antica Roma, era colei che proteggeva il neonato sollevato dal padre verso il cielo, quindi una dea della vita e dell’amore) le forme sono ancora lievitate, turgide di eros e morbide di sensuali promesse, disegnate in strisce (mm 185x905) di splendidi giochi compositivi, di danze entro preziosissimi arabeschi, ricami grafici notturni sullo sfondo ora di Padova ora di Venezia, restituendoci, in certo modo, magicamente intatte , e come purificate rispetto all’inquieto ed inquietante sabba di ombre che agisce sullo sfondo, le atmosfere lunari intensamente erotiche delle decorazioni grafiche e plastiche dell’arte indiana, dove, infatti, la sintesi eros-donna diviene simbologia, metafora della fertilità (pace, amore, terra, madre, creazione). L’avvio all’incisione e poi l’adozione da parte di Tono della tecnica delle chine a pennello costituiscono per l’artista nuove occasioni per modulare le atmosfere notturne: le incisioni di matrice indubbiamente surreale della locanda La colomba,con le ombre e le macchie che si animano ossessive, come incubi, e le incisioni dedicate agli impiccati de I giorni e l’opera... (1950) testimoniano il costante sguardo introspettivo di Tono, il suo scavare negli strati fondi dell’esperienza e della memoria; negli inchiostri, nelle chine e soprattutto nelle chine a pennello l’evocazione notturna diventa evocazione altamente poetica, non di rado lirica, visione mnestica sapientemente modulatanel gesto eaccattivante, assorbente nello spazio narrativo grazie a un’impostazione prospettica in verticale e per piani orizzontalipiuttosto che per linee oblique (il Polesine allagato, il porto di Shangai, le case, i portici, le strade di Padova). Quasi esclusivamente notturno è il mondo evocativo della “Cassetta”, trentasei fogli dedicati a Luisa, innamoramento romano, nel 1966-67, quando Tono abitava al Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto romano: sono chine a tratto e a pennello stese velocemente, spesso in treno e in corriera, a segno ripetuto, una sorta di pegno d’amore, di esplicitazione grafica insistita del sogno erotico. Tono le richiuse in una cassetta di legno istoriata a rapporto concluso. Furono esposte nell’antologica di Ferrara del 1972/73 e due anni fa alla festa dell’Unità di Padova. Interamente al mondo notturno di Tono appartiene poi l’epopea in cinquantotto fogli dei Mostri Palagonesi (1971-72), chine a pennello e a tratto ispirategli dalla villa Palagonia a Bagheria, vicino a Palermo: una sinfonia di segni, di ombre e di luci, di apparizioni sul tema del trionfo orgiastico di mostri, diavoletti angelicati, demonietti divini, angiolette indemoniate ispirati alle stupefacenti decorazioni plastiche commissionate intorno al 1715 da Francesco Ferdinando Gravina principe di Palagonia, e che tanta impressione (negativa) avevano suscitato in Goethe, che ne scrisse diffusamente nel suo Viaggio in Italia. L’esasperato rigurgito di mostri alla sera e in particolare nelle notti di luna crea effetti di sabba, di animazione misterica che inquieta, lacerando le difese della psiche e mettendo in moto un teatro di ricordi, di desideri, di ansie, di rancori, di disagi intimi, di malesseri dell’anima, di ferite mai del tutto rimarginate, di paure e di impulsi aggressivi: un vero e proprio tumulto emotivo che trova sfogo nell’ironia, nell’eros, nella contemplazione dei giochi d’amore degli adolescenti, Carusi e Brunalbe, che si intrecciano alle ombre più dense di draghi e mostriciattoli dai denti aguzzi. E infine molte delle figure femminili di Tono hanno particolari declinazioni notturne, da Brunalba e Brunanotte a Aelle, Mozia, le figure Selinuntee e Maselinuntee, il profondo risentimento interiore del mondo della Magna Grecia, ma anche le Foscariane, le Poppee nelle efficaci chine bianche a tratto su cartoncino nero. “Certi fatti avvengono prevalentemente di notte, quando la gente dorme. – Scriveva ancora Sandro Zanotto. – Non per niente nella mitologia contadina veneta si pensa che l’anima di chi dorme abbandoni il corpo e vaghi per spazi più ampi, disponibile a incontri impossibili nella vita cosciente, di cui resta una pallida traccia solo nei sogni o nelle fantasticherie del dormiveglia.” Tono sapeva continuare il sogno notturno ad occhi aperti e sapeva coniugarlo con le suggestioni delle atmosfere e delle fantasie notturne.Il notturno corrispondeva bene al suo carattere di visionario e di febbrile indagatore delle emozioni esistenziali, dell’eros innanzi tutto, che impregna di sé il sogno e l’attesa di vita dei giovani, degli adolescenti, ne costituisce la beltàprofonda, quella beltà e quel sentimento urgente di vita che egli cercava di eccitare nel lavoro assiduo, nel disegnare per ore e ore senza mai nulla buttare, perché in ciascuna opera sentiva l’esemplarità di un fraseggio, la perfezione di un frammento, la bellezza di un ritmo da ritrovare, dariprendere, da continuare, all’infinito: per questo è sempre così difficile scegliere tra i lavori di Tono, che vanno visti come sequenze, percorsi, fasi di lavoro aperte, più che come opere concluse; perquesto tra un disegno e l’altro spesso si avverte come un vuoto, la mancanza di un passaggio, un intervallo che potrebbe essere colmato rintracciando qualcun altro delle migliaia e migliaia di disegni che concorrono a comporre la visione estetica, etica ed antropologica di Tono Zancanaro. Giorgio Segato Nota: la Gaetana. Si sente spesso parlare della Gaetana, ma pochi la ricordano davvero e pochissimi sanno chi fosse Gaetana S., nata a Terranegra il 5 agosto 1888 e battezzata il 7, giorno di san Gaetano, da famiglia di contadini mezzadri. Alla morte dei genitori, quando era già sui cinquant’anni,si vide sfrattata dal podere e costretta a vivere di espedienti e a frequentare il dormitorio pubblico. Malata di elefantiasi, per lo più trascorreva il suo tempo tra le piazze e il Prato della Valle a contatto conaltri emarginati, tra i quali c’erano la Contessa baccalà, i fratelli Giani, Ernesto, Feruceto el pitoreto (tre dì de lavoro e quatro in bala), Noventa,, el vecio Venessia, Maria Barcara, Gino Beo, Prudensa, la siora Biciarini e altri. Era di carattere ruvido e scontrosa, ma sempre gentile e generosa con bambini e diseredati. Non esitò a entrare nella canaletta del Prato della Valle per salvare una bimba di sette anni (Cesarina Z.) che stava per annegarvi. Girava suuna bicicletta senza pedali, spingendosi al suolocon i grandipiedi che non sopportavano scarpe. Faceva tutt’uno con il mezzo e impressionava adulti e bambini (a volte apostrofati con “Te sì come la Gaetana”, “Varda che te porto a stare co la Gaetana” oppure “Varda che ciamo la Gaetana...), specialmente quando decideva di fare le abluzioni alla fontanella del Prato, senza pudore e senza alcuna malizia.Raccoglieva cibo per sé e per gli altri poveracci in grandi barattoli di conserva e vendeva i limoni che si faceva regalare a fine mattinata al mercato delle piazze. Morì nel 1969 nel reparto dell’ospedale psichiatrico di Breganze. Avrebbe voluto essere sepolta accanto ai genitori, al cimitero maggiore, dove, si dice,aveva provveduto ad acquistare il posto per loro e per sé. |
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